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By the book 2016: terzo appuntamento del Convegno internazionale a Firenze (Villa Finaly)

Clul0PlXIAA8BJJ.jpg-largePer il terzo anno consecutivo, si è svolto a Villa Finaly (Firenze) il Convegno internazionale “By the book 2016“, organizzato dall’Università di Sorbona 13 con Oxford Brookes University e l’University of Ljubljana. Il titolo del Convegno “Building Audiences for the Book in an Age of Media Proliferation” individua il focus sulla trasformazione digitale del libro e l’impatto sociale ed individuale che questo comporta. Il cambiamento è evidente nell’industria editoriale, ma ancora non è ben compreso dalle istituzioni, organizzazioni e persone perché manca ricerca nel settore emergente di studi sull’editoria. Durante la Conferenza è stato deciso di avviare un’European Publishing Studies Association (EuroPub) proprio con lo scopo di promuovere e diffondere studi e ricerche sull’editoria in cui accademici e professionisti con diverso background possano collaborare per una migliore comprensione dei problemi che l’introduzione del digitale ha su autori/lettori e l’intera filiera editoriale.

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“Open” significa innovazione: il Convegno Nazionale OpenAire a Roma

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Paola Gargiulo apre il Convegno

Il Convegno nazionale OpenAire a Roma si è appena concluso lo scorso 30-31 maggio presso la Sala Marconi del CNR ed ora noi sostenitori dell’Accesso Aperto siamo più incoraggiati, più informati ma soprattutto rinforzati dai risultati che sono stati illustrati in Europa ed anche in Italia. Nella prima giornata si è parlato di infrastrutture e di strategie per la gestione dei dati, nella seconda giornata di progetti e iniziative strategiche a livello internazionale e nazionale.

Da dove partiamo? la situazione italiana è illustrata nel sito OpenAire per l’Italia a cura di Paola Gargiulo. OpenAire è un progetto europeo finalizzato alla creazione di un’infrastruttura digitale e di meccanismi di sostegno per l’identificazione, il deposito, il monitoraggio e l’Accesso Aperto al testo completo degli articoli scientifici e dei dati prodotti da progetti finanziati all’interno del progetto pilota sull’Accesso Aperto del VII Programma Quadro (FP7) e dall’ERC – European Research Council. Nell’ambito del Programma di ricerca e di finanziamento dell’innovazione Horizon 2020, l’Accesso Aperto alle pubblicazioni è ora obbligatorio ed è stato lanciato un Pilot on Open Research Data. Dieci anni dopo che Stevan Harnad ha pubblicato la sua “Subversive proposal” invitando i ricercatori a creare i propri depositi locali per rendere le loro pubblicazioni liberamente disponibili su Internet, siamo entrati in una nuova fase: parliamo di Open Science, come scopo da perseguire e gli obiettivi sono l’innovazione della comunicazione scientifica e la collaborazione di tutti gli attori interessati (stakeholder).  “Open” non è da intendersi solo come accesso “Aperto” ma ha uno scopo molto più ambizioso: “Open” come “innovazione” della comunicazione scientifica.

Tra i relatori mi ha colpito molto Barend Mons che è un professore associato di biosemantica presso il Centro Medico Erasmus, Università di Rotterdam, e presso il Medical Center dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi ed è il Presidente dell’High Level Expert Group per l’Open Science della Commissione Europea. Mons ha chiarito che “Open Science” comporta un vero cambiamento:

  1. In primo luogo, è fondamentale far progredire la scienza aperta a livello nazionale, europeo e mondiale. Ciò richiede accordo reciproco di tutte le parti in causa – gli stakeholder coinvolti: le istituzioni che fanno attività di ricerca, le organizzazioni che finanziano la ricerca e le imprese, e comporterà una revisione di come la scienza viene valutata, la creazione di nuovi meccanismi di finanziamento della ricerca, e modi alternativi di pubblicazione.
  2. In secondo luogo, abbiamo bisogno di creare un’infrastruttura che renda disponibile un ambiente aperto,  dove la scienza sia “amichevole” sia per la comunità scientifica, che per l’industria ed il “citizen science”.
  3. In terzo luogo, la scienza aperta dovrebbe essere un processo inclusivo. Abbiamo bisogno di stimolare ulteriormente l’impegno di tutte le parti interessate alla scienza aperta che vanno da singoli ricercatori delle università, dalle start-up, alle grandi aziende. Aprire la scienza è anche fare in modo che la scienza diventi più rispondente alle esigenze socio-economiche della nazione ed ai bisogni dei cittadini.

Per il primo punto, quello di trovare un accordo, sono state descritte nel Convegno le politiche internazionali e nazionali che cercano di determinare principi e regole da rispettare. I dati della ricerca, dice Mons, hanno bisogno di essere ‘FAIR’, il che significa che devono essere rintracciabili, accessibili, interoperabili, e riutilizzabili. Mettere in pratica questi principi non è un compito facile e deve essere responsabilità primaria dei politici e amministratori a livello nazionale e locale. Alcuni progetti europei cercano di facilitare il compito delle singole istituzioni a realizzare ed applicare le politiche per la gestione dei dati: Antonio Vetrò (NEXA Center) ha introdotto il progetto Pasteur4OA e Marina Angelaki (EKT Atene)  ha presentato il progetto RECODE.

Per il secondo punto, quello dell’infrastruttura “amichevole” sono già disponibili alcuni dei componenti. Paolo Manghi (ISTI) ha presentato l’infrastruttura tecnologica di OpenAire. Il deposito Zenodo gestito attraverso il progetto OpenAIREplus è un ottimo esempio di servizio finanziato dalla Commissione Europea, inteso ad agevolare la condivisione dei dati di ricerca. Zenodo, che è ospitato presso il CERN, consente ai ricercatori di condividere pubblicazioni e dati di supporto più facilmente, facilitando così la collaborazione. La Commissione europea sta cercando di facilitare l’Open Science con l’introduzione di un “EU-Open-Science-Cloud” per consentire ai ricercatori di memorizzare i propri dati utilizzando un’infrastruttura centrale. Nel contesto della strategia per il Digital Single Market, a fine dello scorso maggio è stata adottata una conclusione del Consiglio d’Europa per la competitività  “Council Conclusions on “Open, data-intensive and networked research as a driver for faster and wider innovation” in cui gli Stati membri si sono impegnati a produrre piani di azione e strategie per l’Open Science. I livelli delle infrastrutture e delle politiche sono quindi internazionali, nazionali e locali, ed il mondo “Open” davvero dovrà abbattere molti muri istituzionali per avere successo.

Non sono gli aspetti tecnologici tuttavia a creare problemi! Per il terzo punto, quello dell’Open Science inteso come processo inclusivo della comunità scientifica, gli ostacoli sono i maggiori: mancano ancora accordi e la partecipazione attiva degli interessati. Molti sono gli attori interessati (stakeholder) che dovrebbero accordarsi per l’innovazione della comunicazione scientifica: questi sono politici, finanziatori, docenti, bibliotecari, informatici, amministratori, editori scientifici. Lo scopo pare quindi arduo da raggiungere e credo che in Italia forse serviranno alcune generazioni.

Open Science vs commercializzazione della ricerca scientifica? Roberto Caso (ASIA) ha posto questa domanda, rivedendo la storia del movimento Accesso aperto dalle speranze iniziali, alla realtà, alle nuove speranze. Cosa frena l’Open Science? per Caso gli ostacoli si trovano nel copyright e nella valutazione della ricerca. In Italia ci sarebbe bisogno di una legge nazionale come per la Germania e l’Olanda.  Julia Reda, membro del parlamento europeo e vicepresidente del comitato Legal Affairs Committee (JURI) ha esposto il suo Rapporto su copyright and internet policy . Roberto delle Donne (CRUI) ha illustrato la Road Map dell’Accesso Aperto in Italia.

Il cambiamento però dovrà essere individuale! Mons sostiene che deve avvenire un grande cambiamento nel modo in cui i ricercatori pensano ai propri dati: invece di dataset considerati come ‘informazioni supplementari’ di una pubblicazione accademica, Mons ritiene che i set di dati che i ricercatori producono dovrebbero essi stessi – come nanopublications, ognuno composto da singole asserzioni scientifiche evidenziate sulla base di questi dati – essere considerati risultato primario della ricerca, con documenti narrativi considerati “documenti integrativi” che descrivono questi dati.

Un altro relatore che mi ha molto colpito nelle due giornate romane è stato Bjoern Brembs (University of Regensburg), che si auto-definisce come un “utente scontento di un sistema di comunicazione scientifica disfunzionale”. Nella sua presentazione ha affermato che è giunto il momento per la comunità di ricerca di riprendere la proprietà del sistema di comunicazione scientifica indietro dagli editori, e costruire una “infrastruttura scientifica moderna”.  Non basta quindi il Green o Hybrid Open Access, non si tratta dell’Accesso Aperto come lettura, o anche dell’accesso come lettura più il suo riutilizzo: si tratta di Accesso Aperto inteso come scrittura e anche del ranking delle riviste (e della stessa necessità per le riviste); si tratta di inadeguatezze della peer review e del potere ufficiale ad esso associato; ed è quindi connaturato alla creazione di informazioni scientifiche e di misura dell’impatto scientifico. Per Brembs, quindi, un adeguato punto finale non è né Green né Gold: “Entrambi i sistemi possono servire solo come complementari per le strategie di transizione verso un sistema di comunicazione scientifica aperto, che massimizzi l’utilità di ciascuna tassa-dollaro speso su di esso”. Scrivendo nel suo blog l’anno scorso Brembs ha proposto un’idea che appoggio completamente: un piccolo insieme di biblioteche competenti e motivate dovrebbero cooperare e prendere l’iniziativa, invece di spendere grandi budget negli abbonamenti, di supportare i docenti nell’Open Science. Questo gruppo di biblioteche dovrebbe spostare i fondi dagli abbonamenti e investire nello sviluppo di infrastrutture e altri componenti necessari per un sistema di comunicazione scientifica biblioteca-centrico. Brembs ha citato l’esempio di Share e SciELO. SHARE (SHared Access Research Ecosystem) è stato lanciato da ARL come  “a system of cross-institutional digital repositories”. SciELO è riuscito ad ispirare l’azione concertata di una massa critica di istituti di istruzione superiore e di ricerca. Se investiamo nelle biblioteche, dice Brembs potremmo  essere in grado di realizzare un sistema di comunicazione scientifica completamente funzionale, forse anche dentro questa generazione.

Paolo Budroni (Vienna University Library and Archive Services) ha analizzato i risultati di una sua indagine sulla percezione dei ricercatori in Austria verso l’Open Science. Un problema che mi sembra importante anche in Italia è stato evidenziato dall’indagine: Burroni ha notato che manca una visione politica strategica e quindi mancano le procedure e l’infrastruttura adeguata. L’indagine ha evidenziato la necessità di evitare dicotomie tra dati aperti e Accesso Aperto alle pubblicazioni, invece di guardare a loro come una sola problematica, di chiedere ai finanziatori di  favorire e di riconoscere il riutilizzo dei dati ed infine la necessità di fornire servizi di conservazione di qualità che incentivino i ricercatori a condividere i loro dati.

Un tema di primaria importanza che è ritornato in quasi tutti gli interventi riguarda le capacità necessarie e la formazione e l’aggiornamento professionale continuo per svilupparle: il target riguarda tutti gli attori interessati, ai diversi livelli. Le iniziative di aggiornamento continuo presentate sono tutte di qualità e meriterebbero di essere diffuse e conosciute in Italia. Ignatio Labastida (University of Barcelona) ha parlato di LEARN self assessment tool e delle iniziative del progetto LEARN per aiutare politici ed amministrativi delle singole istituzioni di ricerca a realizzare e applicare una politica locale per la gestione dei dati. Quale valore diamo ai dati? LERU Association of universities in Europe ha preparato una  Roadmap  che viene promossa da mini workshop in tutte le lingue. José Carvalho (Minho Univ.) ha introdotto il progetto FOSTER che dal 2014 vuole integrare i principi di Accesso Aperto e la pratica di gestione dei dati nel flusso di lavoro dei giovani ricercatori  e Marjan Grootveld (DANS) ha illustrato gli strumenti che OpenAIRE e EUDAT offrono per aiutare i ricercatori e le istituzioni di ricerca a inserire la gestione dei dati e il libero accesso (quando possibile) nel flusso di lavoro quotidiano.

Alcuni dei problemi emersi nelle discussioni hanno evidenziato alcune necessità: definire politiche chiare sui dati di ricerca; cambiare la valutazione della ricerca; valutare i piani di gestione dei dati; formare ricercatori e personale di supporto alla gestione dei dati di ricerca. Quasi tutti i partecipanti hanno convenuto che la realizzazione di una strategia di dati aperti è un compito collaborativo in cui devono essere coinvolti tutti i diversi attori all’interno di un’istituzione. Infine, manca chiarezza sui costi della gestione dei dati, come anche sui costi dell’attuale sistema di pubblicazione.

Gli organizzatori del Convegno: CINECA, CNR, FOSTER con il patrocinio di APRE e Asia e la partecipazione delle Università di Bologna, Parma, Torino,  hanno avviato un processo importante di consapevolezza ed informazione in Italia sull’innovazione della comunicazione scientifica che dovrà avere un seguito. Tutti i partecipanti al Convegno dovrebbero sentirsi responsabili di contribuire all’avvio dell’Open Science, anche solo per disseminare i risultati della giornata ciascuno nelle proprie istituzioni. In un post che segue intendo illustrare i progetti italiani che sono stati presentati nella terza sessione del Convegno e che purtroppo per esigenze di tempo non hanno avuto spazio sufficiente di discussione.

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Dati di ricerca nelle biblioteche

Panel

Panel “Open Access to Research Data”.

In questi ultimi anni, abbiamo assistito ad un (lento) cambiamento di paradigma nel modo in cui i risultati della ricerca sono stati pubblicati e diffusi. Un fattore che potrà accelerare questo cambiamento è la spinta alla pubblicazione dei risultati della ricerca in modalità Open Access (OA)  e più di recente (2010) la spinta data dalla Commissione europea in direzione dell'”Open Science” evidenziata nella pubblicazione del Rapporto “Riding the Wave” . Questo Rapporto persegue non solo la pubblicazione dei risultati della ricerca OA, ma anche la pubblicazione OA dell’ “input per la ricerca”,  cioè della materia prima alla base del processo di ricerca, genericamente identificata come dati di ricerca.

Un Panel durante l’ultimo Convegno TPDL a Poznan (Polonia) ha discusso questo tema, per capire responsabilità, infrastrutture e ostacoli anche culturali da rimuovere. Il Panel è stato coordinato da Vittore Casarosa (CNR) ed ha avuto come relatori: David Giaretta (UK), Seamus Ross (Canada), Herbert Maschner (US), Cezary Mazurek (Poland), Andreas Rauber (Austria), Anna Maria Tammaro (Italia).

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Open Science 2020: una panoramica delle iniziative italiane per i dati di ricerca

Il Seminario organizzato dall’ISTI di Pisa l’8 aprile ha avuto come primo risultato quello di fare una panoramica della situazione attuale in Italia per l’Open Access e per la cura dei dati scientifici. Come ha spiegato Costantino Thanos (ISTI) ed altri relatori, la comunicazione scientifica  sta cambiando, il concetto di pubblicazione scientifica si estende ai dati ed agli esperimenti, le relazioni multidisciplinari diventano più importanti e tutto questo richiede un’infrastruttura diversa da quella tradizionale basata sulla comunicazione attraverso le pubblicazioni a stampa.

Per Juan Carlos de Martin (Politecnico di Torino) siamo entrati in una nuova fase dell’Open Access: la prima è stata l’età dei pionieri, successivamente abbiamo avuto l’età dei solitari, seguita ora dall’età degli incentivi e degli obblighi che è quella in cui stiamo vivendo in questo momento, in cui gli attori comprendono rettori, finanziatori, ed anche regolamenti. Tuttavia ancora ci sono ostacoli e spesso l’Open Access viene percepito come “culto” dei bibliotecari, dobbiamo proporci di coinvolgere almeno 10% di docenti e ricercatori, curando la comunicazione. Cinque sono le attività di promozione proposte 1) i docenti già attivi si impegnino a “evangelizzare” altri docenti con incontri di persona, blog, social media, articoli, iniziative OA durante conferenze 2) coinvolgere le società scientifiche e le università politecniche 3) creare una rete di referenti OA nei dipartimenti per consigli ai docenti del dipartimento 4) inserire nell’insegnamento ai  dottorandi informazioni sulle pubblicazioni OA, sull’intensive science, la multidisciplinarietà, l’e-science; 5) celebrare “open access awards”: creare comunità in positivo, ma non un’iniziativa auto-referenziale della comunità OA. Quello che più conta è creare dei titoli buoni, questo dovrebbe essere il compito dei professori più noti, ma anche in qualunque modo: gold,  green e sul sito del Dipartimento.

 Lancia e Nativi (CNR) hanno descritto le iniziative del CNR al fine di costruire una prima infrastruttura italiana per l’e-science. Il CNR  ha firmato la Dichiarazione Berlino nel 2012 e nel marzo 2013  un “position statement” per costruire un’infrastruttura coordinata su OA per dare attuazione alla policy EU. I dati prodotti dal CNR sono organizzati nel sito: http://data.cnr.it/site/about, con licenza CC BY e ricaricabili attraverso il motore Semantic Scout. Il CNR partecipa inoltre ai Progetti europei OpenAire e RDA. Il CNR partecipa inoltre al Belmont Forum per l’armonizzazione dei dati sulla terra raccolti da diversi paesi ed ha più di 50 milioni di dati raccolti sull’osservazione della terra in collaborazione con 92 paesi, in collaborazione con la Società e-Geos. Tra le iniziative del CNR che sono state introdotte anche un primo corso a distanza per la comunità scientifica OA.

Fiameni (Cineca) ha descritto l’ambito infrastrutturale per la gestione del ciclo di vita dei dati reso disponibile ai ricercatori italiani e le nuove prospettive del CINECA che ha presa consapevolezza che la cura dei dati è un asset fondamentale per condurre ricerca. Il Consorzio si è concentrato sul modello di riferimento dei dati basato sul progetto europeo EUDAT. Le linee guida per l’infrastruttura per gli “open data” sono state definite dal G8 Open Data strutture in cinque elementi: discoverability, accessibility, understandibility, managenability, skills pre lo staff che lavora sui dati. Gargiulo (Cineca) ha introdotto il Progetto OpenAire e la rete NOAD (Network of Open Access Desk)  per una politica nazionale su come adottare la raccomandazione europea sull’Open Access ed i risultati finora ottenuti in Italia per armonizzare le politiche di Horizon 2020 e costruire con gli stakeholders una “Roadmap”. Ha annunciato che Pleiadi sarà sostituito da OpenAire. Alcuni risultati della negoziazione con gli editori hanno inoltre portato a miglioramenti nella ricerca. Molte università italiane che usano U-Gov avranno la possibilità di integrarlo con Surplus che prevede il deposito aperto delle pubblicazioni compatibile con OpenAire.

A livello settoriale, per la medicina Di Castro (Istituto Superiore della Sanità) ha illustrato la disponibilità di pubblicazioni OA e open data relativi alla salute in Italia (Italia è 3% in Medline) e le iniziative dell’ISS che è stato il primo ad entrare in SCIELO, ed in Medoanet e persegue un  approccio plutidisciplinare ed intersettoriale per costruire l’infrastruttura dell’e-science. Nel deposito DSpace ISS si possono trovare più di 34.000 dati indicizzati con termini MESH.

Bianco (INFN) ha illustrato la situazione per la Fisica, in cui i primi pionieri hanno aperto il primo archivio preprint nel 1954 e le prime riviste Open Access hanno iniziato nel 1997. La disciplina è caratterizzata da un  output scientifico ridotto ed una comunità di  lettori e autori limitata, con la leadership del CERN per le iniziative Open Access. iNFN e OenAire nel 2013 hanno lanciato un nuovo deposito di ricerca che ha utilizzato INFN Big Data, il database della ricerca Invenio NEXT e Zenodo: un singolo deposito per tutti gli obblighi di Horizon 2020. La prossima sfida è quella di un meccanscmo di certificazione indipendente dagli editori ma non basato su Altmerrics.

De Giorgio (ICCU) si è concentrata sul settore umanistico ed ha illustrato i progetti europei Dariah, Ariadne, DCH RP che hanno tutti lo scopo di definire una Roadmap e una serie di strumenti pratici con l’obiettivo di individuare i requisiti comuni per l’interoperabilità e la diffusione dell’accesso. Un’attenzione particolare è data alla  conservazione a livello europeo.

La mia impressione alla fine della giornata è che la comunità scientifica Open Access in Italia stia  vivendo un cambiamento profondo, in cui diventa importante la  multidisciplinarietà, la cura dei dati, il confronto tra diverse metodologie disciplinari, la disponibilità di strumenti di analisi, riuso e visualizzazione dei dati.

In conclusione Costantino Thanos ha elencato le quattro dimensioni che devono essere affrontate: quella giuridica, quella tecnologica, quella economica e quella politica. Il panel finale ha aggiunto a queste anche una dimensione sociale e culturale. La proposta di Caso di costruire un’Associazione indirizzata all’orientamento ed alla formazione degli interessati è stata accettata dai presenti che intendono lavorarci in modo aperto.

 

 

 

 

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Open Science nelle biblioteche pubbliche ed universitarie

Le politiche della Commissione Europea per l’Open Access hanno dichiarato apertamente di favorire l’accesso aperto ai dati ed ai risultati della ricerca finanziata con denaro pubblico, a partire dal 2007. Un elenco aggiornato delle decisioni e dei risultati di vari progetti è accessibile qui: http://ec.europa.eu/research/science-society/index.cfm?fuseaction=public.topic&id=1301&lang=1. L’accesso ai dati della ricerca è stato dichiarato recentemente un requisito essenziale per l’innovazione e la creatività in Europa: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-12-790_en.htm. La strategia europea definisce quindi  il ruolo strategico dell’Open Science, inteso come accesso aperto ai dati ed ai risultati della ricerca. La Commissione Europea ha inoltre finanziato vari progetti per analizzare i requisiti necessari per l’infrastruttura necessaria alla realizzazione dell’Open Access: http://ec.europa.eu/research/science-society/index.cfm?fuseaction=public.topic&id=1302&lang=1.

Se allora l’Open Science è strategico, cosa si fa per l’Open Access, a circa dieci anni dalla nascita del movimento?

Dall’indagine fatta da Science Metrix nel 2012 per la Commissione Europea sulla disponibilità delle pubblicazioni, dei dati e sulle politiche delle istituzioni di ricerca, risulta che circa il 40% dei risultati della ricerca sono disponibili in linea con accesso aperto: un risultato davvero incoraggiante: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-13-786_en.htm. Lo studio ha verificato che le politiche per la ricerca stimolano sia l’Open Access “gold”(periodici in modalità Open Access) che l’Open Access “green” (auto-pubblicazioni nei depositi istituzionali).  Per l’accesso aperto ai dati della ricerca, che è previsto in Horizon 2020, invece il ritardo è maggiore.

Gli studiosi dovranno rendere disponibili i loro lavori ed i dati di ricerca in un deposito istituzionale  aperto dopo un periodo di embargo limitato a 6 mesi e fino ad un massimo di 12 mesi per le discipline umanistiche. Quale può essere il ruolo delle biblioteche?

Nelle biblioteche universitarie, AIB CNUR e la Sezione Toscana hanno discusso il ruolo delle biblioteche nell’Unconference del settembre scorso in cui la discussione era partita dall’analisi del Documento CNUR Rilanciare le biblioteche universitarie. Le nuove funzioni dei bibliotecari universitari per l’Open Science sono state individuate nel supporto dato al ciclo editoriale, dalla creazione delle pubblicazioni fino alla loro valutazione, incluso il nuovo ruolo per la cura dei dati di ricerca.

Non è comune associare Open Science alle biblioteche pubbliche ma su questa possibile sinergia un gruppo di studenti dll’ENSSIB ha presentato un Workshop “Open Science in Public Libraries: Let (Digital) Humanities Come In!”  a Bobcatsss 2014! Cosa offrono le biblioteche pubbliche a sopporto dell’Open Science? accesso libero, supporto alla formazione continua, stimolo alla cittadinanza attiva. La diffusione dell’innovazione scientifica ai cittadini che hanno accesso a contenuti scientifici serve a  facilitare la disseminazione dell’informazione ed anche l’avvicinamento agli studiosi della popolazione.

In conclusione di questo post su Open Science, posso dire che occorre inquadrare l’Open Access nella cornice più ampia dell’Open Science. Inoltre non bisogna limitarsi a considerare l’Open Access come un modello di accesso o un modello economico: è il nuovo modo di creare conoscenza e di apprendere e la finalità dell’Open Access è quella di facilitare e velocizzare il processo di apprendimento.

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