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By the book 2016: terzo appuntamento del Convegno internazionale a Firenze (Villa Finaly)

Clul0PlXIAA8BJJ.jpg-largePer il terzo anno consecutivo, si è svolto a Villa Finaly (Firenze) il Convegno internazionale “By the book 2016“, organizzato dall’Università di Sorbona 13 con Oxford Brookes University e l’University of Ljubljana. Il titolo del Convegno “Building Audiences for the Book in an Age of Media Proliferation” individua il focus sulla trasformazione digitale del libro e l’impatto sociale ed individuale che questo comporta. Il cambiamento è evidente nell’industria editoriale, ma ancora non è ben compreso dalle istituzioni, organizzazioni e persone perché manca ricerca nel settore emergente di studi sull’editoria. Durante la Conferenza è stato deciso di avviare un’European Publishing Studies Association (EuroPub) proprio con lo scopo di promuovere e diffondere studi e ricerche sull’editoria in cui accademici e professionisti con diverso background possano collaborare per una migliore comprensione dei problemi che l’introduzione del digitale ha su autori/lettori e l’intera filiera editoriale.

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Open Education: la condivisione facilita la formazione continua

Lo scorso 9 giugno ho partecipato a Roma al Seminario organizzato dal Progetto europeo OER up!(Open Educational Resources Uptake in adult education) in materia di Open Education per l’educazione degli adulti in Europa. La definizione di OER (Risorse Educative Aperte) è molto ampia e comprende ogni risorsa creata per insegnare, apprendere e fare ricerca, usata da educatori, studenti e studiosi autonomi, su qualsiasi supporto (digitale e cartaceo), accessibile per l’uso, l’adattamento e la ridistribuzione libera nel rispetto del copyright dell’autore.  OEP (Open Educational Practices) sono le pratiche di supporto alla creazione ed al riuso delle OER e comprendono: le strategie delle istituzioni,innovazione dei modi di insegnare ed apprendere, e la co-creazione dei contenuti da parte dei discenti.

Perché l’Open Education? perché aprire l’educazione, usando strumenti digitali innovativi? Promuovere le risorse educative aperte (OER) è in linea con la strategia d’Europa 2020 e risponde al bisogno emergente di formazione continua e contemporaneamente di innovazione della formazione. Tuttavia non c’è evidenza su come le OER siano utilizzate per promuovere l’apprendimento permanente e l’educazione degli adulti, anche se le opportunità di apprendimento aperte sono particolarmente rilevanti se si considera che gli studenti adulti hanno vincoli di tempo (ad esempio per responsabilità di lavoro e familiari) e le loro aspettative e ambizioni sono diverse da quelli degli studenti tradizionali.

Un rapporto dell’OCSE (2007: 20) afferma che “per sfruttare le opportunità offerte dalle OER, le istituzioni dovrebbero creare incentivi per stimolare i docenti a creare il materiale didattico del curriculum con almeno un elemento OER come parte dei doveri della posizione di insegnamento. Allo stesso modo l’uso di OER nella formazione continua dovrebbe essere incoraggiato e ci dovrebbe essere attenzione ad offrire OER per la formazione continua. “

Ines Kreitlein, Innovation Agency, Media and Creative Industries (MFG), Germany ha illustrato il Progetto OER up! che è stato lanciato nel settembre 2014. In uno spirito di apertura e di condivisione, lo scopo che si è posto il Progetto è quello di migliorare la partecipazione a Open Education e di aiutare gli istituti di educazione degli adulti a creare con successo OER (Open Educational Resources) e applicare OEP (pratiche didattiche aperte) cioè buone pratiche in materia di educazione degli adulti in Europa.

I principali obiettivi del Progetto sono stati:

  • Identificare lo status quo delle OER per l’educazione degli adulti (AEI)
  • Aumentare la consapevolezza del valore di OER & OEP
  •  Creare di un quadro di qualità di OER & OEP
  •  Migliorare le competenze digitali docenti
  • Dare supporto a AEI con la realizzazione e applicazione di una strategia sostenibile per pratiche educative aperte.

Un aspetto chiave che è stato evidenziato è la mancanza di leadership a livello politico. Infatti, nonostante numerose iniziative a diversi livelli di formazione e tra diverse comunità pionieristiche e isolate, non esiste attualmente alcuna legislazione che copra questo settore o fornisca anche una definizione comune di Open Education. In questo senso, una pubblicazione OCSE PIAAC afferma che “Mentre i paesi non possono cambiare il passato, le politiche progettate per fornire opportunità per l’apprendimento per tutta la vita di alta qualità può aiutare a garantire che gli adulti del futuro mantengano le loro competenze” (OCSE 2013, p.13 ).

Le attività di OER Up! sono state per questo motivo principalmente indirizzate a politici e amministratori (decisori) oltre che a professionisti dell’educazione degli adulti.

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I risultati del Progetto mi sembrano particolarmente interessanti:

  1. Training material: sulla base dell’analisi dei bisogni, è stata costruita una piattaforma on-line con un pacchetto di corsi di alfabetizzazione sulle OER;
  2. Good Practices: è stata costruita una comunità,  attraverso Webinar e seminari in presenza (mantenuta attiva usando google +) per condividere esperienze di buone pratiche per le OER (OEP);
  3. Guidelines: sono state elaborate delle linee guida.

Un altro risultato che mi è sembrato particolarmente utile è una serie di rapporti sull’analisi dello status quo e dei bisogni delle diverse regioni europee su OER. Alcuni aspetti messi in evidenza dal Progetto sono particolarmente interessanti e riconducibili agli aspetti collegati dell’Open Science.

Finora la maggior parte dei contenuti OER per l’educazione degli adulti è prodotto da università ed istituzioni accademiche anche se il contributo di docenti di tutte le istituzioni al di fuori delle università per l’educazione degli adulti (AEI) sarebbe di grande valore, in particolare per sviluppare forme di valutazione e di crediti appropriati per chi apprende tutta la vita e per l’accreditamento nel lavoro.

L’attuazione di una politica di Open Education comporterà un significativo cambiamento di cultura verso la condivisione. Quello che si è evidenziato è che la cultura della condivisione manca. I docenti utilizzano gli strumenti ICT per preparare il loro curriculum, ma non traggono profitto dai vantaggi della condivisione e non sono coinvolti in attività di creazione collaborativa di contenuti con diversi colleghi e con gli stessi studenti. Gli ostacoli da superare sono molti.

Prima di tutto quello dei diritti di proprietà intellettuale  ad esempio sono dei singoli o dell’istituzione? Poi quelli economici, come considerare ad esempio la possibilità di fare eccezioni per alcuni materiali che possono avere un valore commerciale? Un problema generale che è stato evidenziato riguarda la mancanza di consapevolezza delle OER, nonché la mancanza di comprensione di interconnessioni tra le diverse forme di apprendimento aperto e flessibile che è necessario nell’ottica della formazione continua e spinge alla collaborazione le varie istituzioni formative.

Le istituzioni formative ed il personale docente hanno bisogno di essere meglio informati e devono tutti essere sensibilizzati riguardo argomenti come la concessione di licenze, per esempio. Pertanto OERup! è partito dalla necessità di promuovere e favorire la corretta attuazione di buone pratiche con le OER per l’ educazione degli adulti in Europa, con l’obiettivo di far conoscere il valore di OER, oltre a supportare un ambiente OER-friendly negli istituti formativi per allargare partecipazione a Open Education.

Dal punto di vista individuale c’è ancora resistenza da parte dei docenti a costruire contenuti OER, a causa di una mancanza di fiducia nella qualità delle OER, in generale, così come mancanza di competenze nei suoi strumenti ICT. Tra gli operatori OER, e anche tra il pubblico, vi è anche una notevole incomprensione dei termini “libero” tradotto come “aperto” e sinonimo di gratis, così come molto poca importanza viene dedicata ai diritti di proprietà intellettuale e questioni di licenze. La maggior parte degli insegnanti e dei formatori sostengono di aver sempre sviluppato il loro materiale didattico, o parti di esso, in isolamento. All’interno di questa loro creazione di materiale didattico, includono spesso elementi OER singoli, che si trovano online (immagini, video, ecc). Tuttavia solo in rare occasioni i prodotti finali vengono apertamente condivisi in cambio del riuso fatto di singoli elementi. Per quanto riguarda l’accesso a OER, la maggior parte degli intervistatori e gli esperti concordano sul fatto che “sono difficili da trovare”.

L’analisi dei bisogni dimostra che vi è una chiara necessità di formazione e attività educative di sensibilizzazione per i responsabili politici e decisionali.

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“Open” significa innovazione: il Convegno Nazionale OpenAire a Roma

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Paola Gargiulo apre il Convegno

Il Convegno nazionale OpenAire a Roma si è appena concluso lo scorso 30-31 maggio presso la Sala Marconi del CNR ed ora noi sostenitori dell’Accesso Aperto siamo più incoraggiati, più informati ma soprattutto rinforzati dai risultati che sono stati illustrati in Europa ed anche in Italia. Nella prima giornata si è parlato di infrastrutture e di strategie per la gestione dei dati, nella seconda giornata di progetti e iniziative strategiche a livello internazionale e nazionale.

Da dove partiamo? la situazione italiana è illustrata nel sito OpenAire per l’Italia a cura di Paola Gargiulo. OpenAire è un progetto europeo finalizzato alla creazione di un’infrastruttura digitale e di meccanismi di sostegno per l’identificazione, il deposito, il monitoraggio e l’Accesso Aperto al testo completo degli articoli scientifici e dei dati prodotti da progetti finanziati all’interno del progetto pilota sull’Accesso Aperto del VII Programma Quadro (FP7) e dall’ERC – European Research Council. Nell’ambito del Programma di ricerca e di finanziamento dell’innovazione Horizon 2020, l’Accesso Aperto alle pubblicazioni è ora obbligatorio ed è stato lanciato un Pilot on Open Research Data. Dieci anni dopo che Stevan Harnad ha pubblicato la sua “Subversive proposal” invitando i ricercatori a creare i propri depositi locali per rendere le loro pubblicazioni liberamente disponibili su Internet, siamo entrati in una nuova fase: parliamo di Open Science, come scopo da perseguire e gli obiettivi sono l’innovazione della comunicazione scientifica e la collaborazione di tutti gli attori interessati (stakeholder).  “Open” non è da intendersi solo come accesso “Aperto” ma ha uno scopo molto più ambizioso: “Open” come “innovazione” della comunicazione scientifica.

Tra i relatori mi ha colpito molto Barend Mons che è un professore associato di biosemantica presso il Centro Medico Erasmus, Università di Rotterdam, e presso il Medical Center dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi ed è il Presidente dell’High Level Expert Group per l’Open Science della Commissione Europea. Mons ha chiarito che “Open Science” comporta un vero cambiamento:

  1. In primo luogo, è fondamentale far progredire la scienza aperta a livello nazionale, europeo e mondiale. Ciò richiede accordo reciproco di tutte le parti in causa – gli stakeholder coinvolti: le istituzioni che fanno attività di ricerca, le organizzazioni che finanziano la ricerca e le imprese, e comporterà una revisione di come la scienza viene valutata, la creazione di nuovi meccanismi di finanziamento della ricerca, e modi alternativi di pubblicazione.
  2. In secondo luogo, abbiamo bisogno di creare un’infrastruttura che renda disponibile un ambiente aperto,  dove la scienza sia “amichevole” sia per la comunità scientifica, che per l’industria ed il “citizen science”.
  3. In terzo luogo, la scienza aperta dovrebbe essere un processo inclusivo. Abbiamo bisogno di stimolare ulteriormente l’impegno di tutte le parti interessate alla scienza aperta che vanno da singoli ricercatori delle università, dalle start-up, alle grandi aziende. Aprire la scienza è anche fare in modo che la scienza diventi più rispondente alle esigenze socio-economiche della nazione ed ai bisogni dei cittadini.

Per il primo punto, quello di trovare un accordo, sono state descritte nel Convegno le politiche internazionali e nazionali che cercano di determinare principi e regole da rispettare. I dati della ricerca, dice Mons, hanno bisogno di essere ‘FAIR’, il che significa che devono essere rintracciabili, accessibili, interoperabili, e riutilizzabili. Mettere in pratica questi principi non è un compito facile e deve essere responsabilità primaria dei politici e amministratori a livello nazionale e locale. Alcuni progetti europei cercano di facilitare il compito delle singole istituzioni a realizzare ed applicare le politiche per la gestione dei dati: Antonio Vetrò (NEXA Center) ha introdotto il progetto Pasteur4OA e Marina Angelaki (EKT Atene)  ha presentato il progetto RECODE.

Per il secondo punto, quello dell’infrastruttura “amichevole” sono già disponibili alcuni dei componenti. Paolo Manghi (ISTI) ha presentato l’infrastruttura tecnologica di OpenAire. Il deposito Zenodo gestito attraverso il progetto OpenAIREplus è un ottimo esempio di servizio finanziato dalla Commissione Europea, inteso ad agevolare la condivisione dei dati di ricerca. Zenodo, che è ospitato presso il CERN, consente ai ricercatori di condividere pubblicazioni e dati di supporto più facilmente, facilitando così la collaborazione. La Commissione europea sta cercando di facilitare l’Open Science con l’introduzione di un “EU-Open-Science-Cloud” per consentire ai ricercatori di memorizzare i propri dati utilizzando un’infrastruttura centrale. Nel contesto della strategia per il Digital Single Market, a fine dello scorso maggio è stata adottata una conclusione del Consiglio d’Europa per la competitività  “Council Conclusions on “Open, data-intensive and networked research as a driver for faster and wider innovation” in cui gli Stati membri si sono impegnati a produrre piani di azione e strategie per l’Open Science. I livelli delle infrastrutture e delle politiche sono quindi internazionali, nazionali e locali, ed il mondo “Open” davvero dovrà abbattere molti muri istituzionali per avere successo.

Non sono gli aspetti tecnologici tuttavia a creare problemi! Per il terzo punto, quello dell’Open Science inteso come processo inclusivo della comunità scientifica, gli ostacoli sono i maggiori: mancano ancora accordi e la partecipazione attiva degli interessati. Molti sono gli attori interessati (stakeholder) che dovrebbero accordarsi per l’innovazione della comunicazione scientifica: questi sono politici, finanziatori, docenti, bibliotecari, informatici, amministratori, editori scientifici. Lo scopo pare quindi arduo da raggiungere e credo che in Italia forse serviranno alcune generazioni.

Open Science vs commercializzazione della ricerca scientifica? Roberto Caso (ASIA) ha posto questa domanda, rivedendo la storia del movimento Accesso aperto dalle speranze iniziali, alla realtà, alle nuove speranze. Cosa frena l’Open Science? per Caso gli ostacoli si trovano nel copyright e nella valutazione della ricerca. In Italia ci sarebbe bisogno di una legge nazionale come per la Germania e l’Olanda.  Julia Reda, membro del parlamento europeo e vicepresidente del comitato Legal Affairs Committee (JURI) ha esposto il suo Rapporto su copyright and internet policy . Roberto delle Donne (CRUI) ha illustrato la Road Map dell’Accesso Aperto in Italia.

Il cambiamento però dovrà essere individuale! Mons sostiene che deve avvenire un grande cambiamento nel modo in cui i ricercatori pensano ai propri dati: invece di dataset considerati come ‘informazioni supplementari’ di una pubblicazione accademica, Mons ritiene che i set di dati che i ricercatori producono dovrebbero essi stessi – come nanopublications, ognuno composto da singole asserzioni scientifiche evidenziate sulla base di questi dati – essere considerati risultato primario della ricerca, con documenti narrativi considerati “documenti integrativi” che descrivono questi dati.

Un altro relatore che mi ha molto colpito nelle due giornate romane è stato Bjoern Brembs (University of Regensburg), che si auto-definisce come un “utente scontento di un sistema di comunicazione scientifica disfunzionale”. Nella sua presentazione ha affermato che è giunto il momento per la comunità di ricerca di riprendere la proprietà del sistema di comunicazione scientifica indietro dagli editori, e costruire una “infrastruttura scientifica moderna”.  Non basta quindi il Green o Hybrid Open Access, non si tratta dell’Accesso Aperto come lettura, o anche dell’accesso come lettura più il suo riutilizzo: si tratta di Accesso Aperto inteso come scrittura e anche del ranking delle riviste (e della stessa necessità per le riviste); si tratta di inadeguatezze della peer review e del potere ufficiale ad esso associato; ed è quindi connaturato alla creazione di informazioni scientifiche e di misura dell’impatto scientifico. Per Brembs, quindi, un adeguato punto finale non è né Green né Gold: “Entrambi i sistemi possono servire solo come complementari per le strategie di transizione verso un sistema di comunicazione scientifica aperto, che massimizzi l’utilità di ciascuna tassa-dollaro speso su di esso”. Scrivendo nel suo blog l’anno scorso Brembs ha proposto un’idea che appoggio completamente: un piccolo insieme di biblioteche competenti e motivate dovrebbero cooperare e prendere l’iniziativa, invece di spendere grandi budget negli abbonamenti, di supportare i docenti nell’Open Science. Questo gruppo di biblioteche dovrebbe spostare i fondi dagli abbonamenti e investire nello sviluppo di infrastrutture e altri componenti necessari per un sistema di comunicazione scientifica biblioteca-centrico. Brembs ha citato l’esempio di Share e SciELO. SHARE (SHared Access Research Ecosystem) è stato lanciato da ARL come  “a system of cross-institutional digital repositories”. SciELO è riuscito ad ispirare l’azione concertata di una massa critica di istituti di istruzione superiore e di ricerca. Se investiamo nelle biblioteche, dice Brembs potremmo  essere in grado di realizzare un sistema di comunicazione scientifica completamente funzionale, forse anche dentro questa generazione.

Paolo Budroni (Vienna University Library and Archive Services) ha analizzato i risultati di una sua indagine sulla percezione dei ricercatori in Austria verso l’Open Science. Un problema che mi sembra importante anche in Italia è stato evidenziato dall’indagine: Burroni ha notato che manca una visione politica strategica e quindi mancano le procedure e l’infrastruttura adeguata. L’indagine ha evidenziato la necessità di evitare dicotomie tra dati aperti e Accesso Aperto alle pubblicazioni, invece di guardare a loro come una sola problematica, di chiedere ai finanziatori di  favorire e di riconoscere il riutilizzo dei dati ed infine la necessità di fornire servizi di conservazione di qualità che incentivino i ricercatori a condividere i loro dati.

Un tema di primaria importanza che è ritornato in quasi tutti gli interventi riguarda le capacità necessarie e la formazione e l’aggiornamento professionale continuo per svilupparle: il target riguarda tutti gli attori interessati, ai diversi livelli. Le iniziative di aggiornamento continuo presentate sono tutte di qualità e meriterebbero di essere diffuse e conosciute in Italia. Ignatio Labastida (University of Barcelona) ha parlato di LEARN self assessment tool e delle iniziative del progetto LEARN per aiutare politici ed amministrativi delle singole istituzioni di ricerca a realizzare e applicare una politica locale per la gestione dei dati. Quale valore diamo ai dati? LERU Association of universities in Europe ha preparato una  Roadmap  che viene promossa da mini workshop in tutte le lingue. José Carvalho (Minho Univ.) ha introdotto il progetto FOSTER che dal 2014 vuole integrare i principi di Accesso Aperto e la pratica di gestione dei dati nel flusso di lavoro dei giovani ricercatori  e Marjan Grootveld (DANS) ha illustrato gli strumenti che OpenAIRE e EUDAT offrono per aiutare i ricercatori e le istituzioni di ricerca a inserire la gestione dei dati e il libero accesso (quando possibile) nel flusso di lavoro quotidiano.

Alcuni dei problemi emersi nelle discussioni hanno evidenziato alcune necessità: definire politiche chiare sui dati di ricerca; cambiare la valutazione della ricerca; valutare i piani di gestione dei dati; formare ricercatori e personale di supporto alla gestione dei dati di ricerca. Quasi tutti i partecipanti hanno convenuto che la realizzazione di una strategia di dati aperti è un compito collaborativo in cui devono essere coinvolti tutti i diversi attori all’interno di un’istituzione. Infine, manca chiarezza sui costi della gestione dei dati, come anche sui costi dell’attuale sistema di pubblicazione.

Gli organizzatori del Convegno: CINECA, CNR, FOSTER con il patrocinio di APRE e Asia e la partecipazione delle Università di Bologna, Parma, Torino,  hanno avviato un processo importante di consapevolezza ed informazione in Italia sull’innovazione della comunicazione scientifica che dovrà avere un seguito. Tutti i partecipanti al Convegno dovrebbero sentirsi responsabili di contribuire all’avvio dell’Open Science, anche solo per disseminare i risultati della giornata ciascuno nelle proprie istituzioni. In un post che segue intendo illustrare i progetti italiani che sono stati presentati nella terza sessione del Convegno e che purtroppo per esigenze di tempo non hanno avuto spazio sufficiente di discussione.

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“Atlante della Biblioteconomia Moderna” presentato ad Ancona da Lankes

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La Sezione AIB Marche ha organizzato il 23 giugno scorso la presentazione del libro di Lankes e l’autore  ha partecipato in collegamento Skype.

L’incontro ha previsto un’introduzione su cosa sia la biblioteconomia moderna, a cura mio, una presentazione del concetto di biblioteca partecipativa e del suo rapporto con il concetto di “biblioteca sociale” che viene preferito in Italia ed infine l’intervista a Lankes.

Nell’intervista David Lankes ha risposto alle domande dei bibliotecari delle Marche. I temi in discussione, anzi in conversazione, sono stati scelti dai bibliotecari, che di fronte al nuovo paradigma di Lankes  hanno dubbi ed anche timori a metterlo in pratica. Domande e sintesi delle risposte di seguito:

1. Qual è il valore dei bibliotecari e come può essere misurato? se il valore è facilitare l’apprendimento delle nostre comunità, come possiamo misurare il raggiungimento dei risultati che hanno avuto i membri e l’impatto che su questo hanno avuto i bibliotecari?

Quando diciamo che la missione dei bibliotecari è facilitare la creazione di conoscenza, restiamo generici. Ogni misura che usiamo oggi nelle biblioteche, prestiti, reference, collezione, etc. è correlata ad un obiettivo; se ora ci concentriamo su come le persone apprendono o creano conoscenza, ogni indicatore diventa più specifico e può essere misurato. Bisogna personalizzare le misure per ogni particolare comunità e non avere misure generiche per tutte le biblioteche. Occorre un completo rivolgimento di come valutiamo, con al centro gli outcomes e quando li abbiamo definiti possiamo anche misurare il valore dei bibliotecari.

2. Nel contesto italiano, l’autonomia dei bibliotecari è molto limitata da un’organizzazione gerarchica: come possiamo sentirci responsabili di migliorare la nostra società?

L’Atlante parla espressamente delle responsabilità ed il ruolo dei bibliotecari. La gerarchia non è cattiva se realizza il cambiamento, così se chi sta al top della gerarchia vuole realizzare il cambiamento, può cambiare velocemente l’organizzazione. Molto spesso tuttavia i bibliotecari si sentono inutili, temono gli ostacoli istituzionali, il carico di lavoro, tutti motivi per non fare nulla. Le biblioteche sono per le persone, fate alleanze coi membri, i legislatori, la comunità e chiedete di cosa abbiano bisogno. I bibliotecari devono diventare attivisti, agenti attivi nella loro biblioteca e nella loro comunità, diventare bibliotecari “disubbidienti”. Come si fa a sapere se si sta facendo il possibile? come farlo meglio? bisogna chiedere alla comunità, ascoltare i membri, coinvolgere i “patron”, chiedere alla gente che servizio vorrebbero avere.

3. In Italia, i bibliotecari hanno livelli di istruzione diversi e diverso contesto nel Nord e il Sud d’Italia: come possiamo condividere un modello di biblioteca comune?

Occorre ridefinire il concetto di biblioteconomia.Ci sono tante differenze tra le biblioteche in Africa, US e Scandinavia ad esempio. Se si valutano le biblioteche secondo le loro funzionalità, tutte le biblioteche sembrano uguali ed alcune sono più efficienti di altre e possiamo misurarle. Ad esempio tuttavia, una biblioteca giuridica deve essere diversa da altre biblioteche ed il baricentro è su come le persone usano i servizi della biblioteca. Il messaggio che voglio dare alle biblioteche è di non voler essere tutte uguali, ma di essere uguali alle loro comunità. Le biblioteche dovranno quindi essere tutte differenti, invece che uguali. Anche l’idea di avere diversi livelli di bibliotecari e qualificazioni, non è particolarmente utile in questo periodo, tuttavia la formazione deve guidare ad imparare dai membri e non ad istruire i membri sui bibliotecari e le biblioteche.

4. Come bibliotecari universitari, come possiamo facilitare la creazione di conoscenza? può essere il nostro ruolo in collisione con il  ruolo istituzionale dell’Università, che ha la stessa missione di creazione di conoscenza?

Se chiedete al capo di McDonald cosa fa, risponderà che fa hamburger; se chiedete al commesso di McDonald risponderà che fa hamburger; se chiedete al direttore risponderà lo stesso. Tutti quelli che lavorano a McDonald sono nella produzione di hamburger. Lo stesso nelle università, non solo i docenti, ma anche i bibliotecari e lo staff, con diversi ruoli sono tutti nel settore della conoscenza. Il supporto che i bibliotecari danno agli studenti ad esempio è un modo di facilitare la conoscenza.

5. Per realizzare la biblioteca partecipativa, cosa deve essere cambiato nella formazione LIS? quale argomento deve essere aggiunto al curriculum? cosa sostituito?

L’insegnamento della biblioteconomia nelle università è concentrato sulla gestione delle biblioteche, delle collezioni e delle risorse. Deve invece concentrarsi sulle comunità di membri ed il supporto che possiamo dare per l’inclusione sociale, la democrazia, la comunicazione scientifica. La competenza principale è come sappiamo comunicare con la società, come sappiamo analizzare le statistiche, capire i bisogni dei membri, valutare i risultati di lungo periodo. In breve ricordate che la biblioteconomia non è per le biblioteche ma per le persone che apprendono.

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Altmetrics o Complimentary metrics? conversazioni sulla valutazione della ricerca a LIDA 2014

Cosa è Altmetrics? la misura di citazioni ed altri usi di pubblicazioni nei social media. Ci sono diverse categorie di Altmetrics: siti generali come Twitter, Facebook, Blog;  siti accademici, come i Blog accademici, Mendeley, Citeulike e Connotea; ci sono anche nuovi siti come Reddit, Digg ecc.

La ricerca su Webometric e Altmetric ha studiato il valore di queste misurazioni, che se raccolte correttamente danno un’evidenza utile per molti diversi aspetti della qualità della ricerca. Utile anche sperimentare individualmente il software Webometric Analyst che è disponibile in modo aperto per calcolare Webometric con Twitter e Mendeley lexiurl.wlv.ac.uk Alcuni studi hanno evidenziato che c’è una correlazione tra Altmetrics e le metriche basate sulle citazioni (ad esempio Thelwall et al Do Altmetrics Work? Twitter and Ten Other Social Web Services Plos One 8(5) 2013

Quale autorevolezza ha Altmetrics? poca, per il rischio di Spam e di vanità di auto-promozione degli autori. Inoltre non si può comparare Altmetrics in diverse discipline o per pubblicazioni in diversi anni. Non si conosce l’equilibrio tra impatto sociale, impatto educativo e impatto accademico ed anche in certi casi l’impatto per semplice svago. In conclusione è un misurazione utile come un indicatore di impatto insieme ad altri, ma non come unica misura di impatto.

Tre relatori a LIDA 2014 hanno parlato di Altmetrics, evidenziando la complementarità delle diverse misure ed anche evidenziando i rischi e svantaggi: Blaise Cronin, Cassidy Sugimoto e Paul Wouters.

La presentazione di Blaise Cronin ha illustrato i temi  del libro appena pubblicato a cura di Blaise Cronin e Cassidy R. Sugimoto da MIT Press (anteprima in Google Book):

Beyond bibliometrics, MIT Press 2014

Cronin ha iniziato affermando che “Alternative metrics is for the digital era” ed è nato da un Twitter di uno studente Priem Jason che ora ha avviato insieme ad altri  Impactstory una piattaforma che misura l’impatto della ricerca. Prima, fino al 1955 c’era ISIS Citation Index, oggi WOS, Scopus, Google Scholar, domani ci sarà social media e analytics. Grazie a Altmetrics ora possiamo sapere quante volte l’articolo (non la rivista) è stato visto, scaricato, incluso nei libri di testo, citato nei social media, ecc. abbiamo disponibile una misura maggiore di misurazioni, oltre la bibliometria. Le citazioni perdono importanti tracce, invece i social media sono sempre aggiornati e evidenziano ogni attività.

La prima evidenza dell’analisi di Altmetrics è che c’è una diversa attenzione tra le diverse attività accademiche, sociali e di discussione dei risultati, e la maggioranza delle misure è generata dalla Social activity. Questa non va fraintesa con l’impatto, sono solo numeri. Citando Eisenstein, Cronin afferma: “Not everything that can be counted counts and not everything that counts can be counted” Una citazione è uguale a un tweet?

In questo periodo sempre di più pensiamo alla valutazione dell’Università come valutazione quantitativa, usando l’Impact Factor, ed altre metriche diverse dalla considerazione dell’utilità reale della ricerca e questo è giustificato da esigenze  pragmatiche “It is easier to measure activities than it is to measure quality”. Dovremmo chiederci invece: come le metriche sono usate nella pratica professionale? quali sono le differenze tra le discipline? come i docenti e ricercatori devono raccogliere i dati per essere valutati? da considerare secondo Cronin che rating e ranking non sono misure individuali ma del Dipartimento, Università, ecc.

Possiamo comparare Beethoven e Bieber? se usiamo gli stessi dati, sarà difficile. Bieber ha circa 3 milioni di followers su Twitter e 70 milioni su Facebook. Beethoven su Facebook ha 4 milioni di seguaci soltanto. Non bisogna confondere quindi la popolarità con la qualità. L’evidenza di questa differenza può essere trovata nel comparare  ad esempio lo spartito di Beethoven con quello di Bieber.

Un problema da non sottovalutare riguarda inoltre la privacy: Altmetrics è come uno Scholarly panopticon? “an Orwellian surveillance net, cybernating the academy”?  Tutto quello che facciamo è osservato? come possiamo salvare la libertà della ricerca?

La seconda relatrice, Cassidy Sugimoto ha portato avanti le critiche a Altmetrics e si è concentrata sul ruolo che le biblioteche potrebbero assumere nella valutazione della ricerca. La visione di Priem di riuscire a coprire quello che è invisibile ora nella valutazione, osservando le attività nei tool in linea, e affermando che le citazioni perdono importanti informazioni, poiché le citazioni sono prodotti di un sistema superato di comunicazione scientifica, è fallita! Altmetrics continua infatti ad essere usata per le pubblicazioni.

Quando parliamo di impatto, questo non è basato sui risultati ma è basato su “outcome” che significa”benefit to people”, le statistiche delle biblioteche sono spesso legate ai risultati ma sbagliano perché questo non determina il loro valore,  impatto significa migliorare la vita degli utenti e aiutare ad avanzare la conoscenza! Con strumenti come Mendeley Institutional Edition e Microsoft Academic Search nelle biblioteche possiamo cambiare il ruolo e la percezione delle biblioteche, da parte dei ricercatori, essere inseriti nei processi di ricerca e facilitarli. Questo potrà facilitare la creazione di conoscenza ed anche aumentare il valore sociale delle biblioteche.

Paul Wouters dell’Universiteit Leiden Center for Science and Technology Studies è stato il terzo relatore ad analizzare Altmetrics. Ha iniziato domandando: quali potranno essere le implicazioni future della valutazione per la carriera degli studiosi? e per il supporto che le biblioteche possono dare? E’ possibile combinare valutazione e giudizio sui risultati per stimolare creatività? o invece per conservare?

Questa è l’era della valutazione, come opportunamente descritto nel libro (anteprima su Google Books)

The Evaluation Society di Peter Dahler-Larsen Stanford University Press, 2011

Siamo soggetti ad una proliferazione di misure, protocolli per la valutazione, indicatori di performance , indicatori di impatto, la ricerca ora si concentra sul finanziamento basato su indicatori di impatto, sono usate soprattutto misure bibliometriche come Hirsch Index e JIF,  ma sono sottostimati il ruolo democratico della valutazione che non è un processo meccanico.  Inoltre occorre valutare gli effetti dell’interpretazione: ci sono cornici interpretative, contenuti e priorità politiche anche nascoste, identità socili e relazioni che sono distribuite nel tempo ed a più livelli. C’è un nuovo ruolo per le biblioteche che possono offrire un numero di servizi bibliometrici alle università, attraverso database, misure di self assessment con risorse gratis, come publish or perish, altmetrics, soddisfacendo la crescente richiesta di statistiche dagli utenti,  e così aiutare gli studiosi nel capire il loro impatto sociale, e dare avviso per la loro carriera su dove pubblicare.

In conclusione, Altmetrics va considerato un “Complementary metrics” e non una misurazione alternativa: le misure di “aknowledgement, data citation, micro attributions,social media mentions, recommendations, mentions in scientific texts, press coverage, downloads” contribuiscono con altre misure a facilitare la peer review che rimane il metodo più importante di valutazione della qualità.

 

 

 

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Dov’è l’utente nel modello di biblioteca? un’interessante conversazione avviata a Trieste durante il Convegno ACNP NILDE

Il Convegno ACNP NILDE a Trieste ha stimolato i partecipanti ad avviare alcune interessanti conversazioni, che vanno al cuore della professione. Nella Sessione del 23 maggio la conversazione ha toccato il tema dell’utente e la digitalizzazione delle risorse e dei servizi. Due approcci a confronto “Digitalizziamo e poi l’utente verrà” oppure “Concentriamoci sugli utenti e facilitiamogli la vita”.  In realtà, non sono due approcci diversi per la finalità, che è sempre quella di favorire l’utente, ma di metodologia per raggiungerli. E’ diversa anche la filosofia del bibliotecario: “reattiva”, cioè di risposta di nicchia ad una situazione avvertita di rischio anche se non imminente o “proattiva”, cioè di guidare il cambiamento in partnership con gli utenti.

Ho apprezzato la trasformazione delle caratteristiche genotipiche descritta da Cristina Cocever e Marco Chiandoni ma va a mio parere parzialmente corretta. La struttura resta: perché confondere il luogo fisico della biblioteca con l’organizzazione  di risorse e servizi che la biblioteca attua? la biblioteca potrà continuare e sarà necessaria anche per servizi virtuali! Il personale qualificato resta, ma è più qualificato. Nella trasformazione delle biblioteche da “collezioni a competenze”, il bibliotecario digitale è altamente qualificato, combinando le conoscenze bibliografiche con la competenza del contesto disciplinare in cui si lavora ed anche le competenze tecnologiche necessarie per realizzare i servizi. La biblioteca digitale ed anche la biblioteca ibrida – quella di cui si è parlato in queste due giornate – non implicano la disintermediazione, ma invece personale altamente qualificato che sappia comunicare con l’utente in modo innovativo.

La collezione continua ad essere organizzata per migliorare l’accesso e l’uso per un pubblico determinato ma i portali integrati sono superati dalle piattaforme, in cui non solo si offre l’accesso a risorse da scaricare ma si consente l’interazione con risorse e servizi che consentano di inserirsi nel flusso di lavoro dell’utente (in un approccio inside-out).

Ma l’utente dov’è? “Costruiamo la collezione e poi l’utente verrà” o in altre parole l’offerta crea la domanda! Concentrandosi nella consistenza delle risorse storiche, c’è stata l’evidenza della domanda rivelate dalle statistiche di NILDE. Risultato molto buono quindi!  ma mi chiedo quando le biblioteche avranno completato la digitalizzazione di questo patrimonio storico, in un certo senso “museificandosi”, quale ruolo continueranno ad avere?

Simonetta Righi, Maurizio Zani (Università di Bologna) e Monica Bucciarelli, Vanessa Maria Mancini, Lyda Lanciaprima (Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise “G.Caporale”) partendo dal contesto generale dell’istituzione e dal contesto specifico della comunità disciplinare hanno descritto la loro “visione del servizio” che è essenzialmente”Facilitiamo la vita dell’utente”. Sono partiti dalle priorità evidenziate di velocità di risposta, disorientamento sulle modalità di accesso e di visibilità dei prodotti della ricerca, combinando le risorse della biblioteca con strumenti software per nuovi servizi che soddisfano queste esigenze.

In conclusione, trovo che manca la comprensione di cosa sia la biblioteca digitale. Il riferimento necessario per me è il modello DELOS di biblioteca digitale inteso come “uno strumento a supporto dell’attività intellettuale, senza barriere di spazio, tempo, logiche, concettuali, o personali» (traduzione mia). Per DELOS le biblioteche digitali si sono evolute da sistemi centrati sul contenuto a sistemi centrati sulle persone, con il ruolo che è cambiato da quello di memoria statica per il recupero veloce delle informazioni a quello di facilitare la comunicazione, la collaborazione ed altre forme di condivisione”.

Le presentazioni hanno evidenziato due concetti diversi della biblioteca digitale: questa viene percepita come un deposito di contenuti digitali con dei servizi di ricerca collegati, o  come uno spazio virtuale (il sito Web, la piattaforma) dove trovare risorse digitali, servizi e strumenti software per facilitare la ricerca. 

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Biblioteche universitarie ed il cambiamento della comunicazione scientifica: una Tavola rotonda a Trieste

Il secondo Convegno congiunto ACNP e NILDE si tiene il 22 e 23 maggio 2014 a Trieste presso l’Università con il titolo Ecosistemi per la ricerca e affronta in un’ottica internazionale i temi del rapporto tra cataloghi collettivi e servizi interbibliotecari e il più generale ambito della ricerca scientifica.

Il coordinatore della Tavola rotonda Ivana Truccolo (Biblioteca di Aviano) ci ha dato due domande a cui rispondere. Di seguito le domande e le mie risposte:

1)Esiste, a Vostro parere, un terreno di possibile collaborazione fra ciò che si muove a livello governativo, nei vari ambiti, e quello che si muove nelle biblioteche italiane, in tema di valutazione della ricerca e supporto alla valutazione? Se sì, su quali elementi si basa? Se no, quali sono i motivi/vantaggi/criticità/eventuali controindicazioni per entrambe le parti?

Io credo che la domanda vada inquadrata nel cambiamento in corso della comunicazione scientifica. Questo cambiamento è spinto dall’editoria digitale e dalle tecnologie di Internet e del Web e ha reso possibile una trasmissione veloce di idee e dati di ricerca ed altre possibilità innovative, come la ricerca collaborativa, che non erano possibili prima e che stimolano molto la creatività. Questo cambiamento della comunicazione scientifica è universale, non limitato all’Italia. Tuttavia, ci sono degli ostacoli, che osservo soprattutto in Italia: la tardiva accettazione delle pubblicazioni digitali nella valutazione della ricerca, la peer review e l’abilitazione all’insegnamento. Allora la domanda da chiedersi è: quale ruolo ha la biblioteca universitaria oggi nella comunicazione scientifica? quale ruolo dovrebbe assumere la biblioteca universitaria nel cambiamento della comunicazione scientifica?

Il ruolo avuto finora è quello che è stato chiamato da Dempsey Outside-In o anche chiamata tendenza centripeta (biblioteca centrica). La biblioteca ha acquisito una collezione composta da risorse di conoscenza prodotte all’esterno, ha organizzato queste risorse come sua principale funzione e le ha rese disponibili in modo più o meno integrato nel sito Web della biblioteca, garantendo l’accesso con cataloghi (parziali) e bibliografie (bookmarks). Il ruolo che la biblioteca potrebbe avere, anzi a mio avviso deve avere se non vuole diventare obsoleta, è invece quello chiamato da Dempsey Inside-Out o tendenza decentrata (centrata sull’utente), in cui la biblioteca cerca di disseminare all’esterno la collezione di conoscenza prodotta dall’istituzione e moltiplica i canali di accesso della biblioteca, andando lì dove sono gli utenti e cercando di essere integrata nel flusso delle attività degli utenti. In sostanza, come ci ha ricordato il Delegato del Rettore di Trieste alla ricerca, dobbiamo inserirci nel flusso dei processi di creazione, disseminazione e valutazione della ricerca, a cominciare dalla ricerca prodotta dalla nostra istituzione. Anche il supporto alla didattica viene incluso nel ciclo della comunicazione scientifica ed apprendere attraverso la rassegna della letteratura e la condivisione delle risorse prodotte all’interno ed all’esterno dell’istituzione è la prima fase di ogni metodologia di ricerca, in ogni disciplina. Anche gli studenti, in una didattica innovativa, sono coinvolti nella creazione di risorse digitali, non solo limitate alla tesi.

Ho detto prima che in Italia ci sono delle barriere culturali ben note a tutti voi. Ebbene il vostro ruolo come bibliotecari è di advocacy per Open Access e la vostra funzione è quella di costruire i pilastri fondamentali dell’Open Science. La vostra missione quindi non va vista limitata ai muri della biblioteca, lo sforzo da fare è quello di posizionarsi nel ciclo della comunicazione scientifica e facilitarlo. Va bene continuare a costruire strumenti di ricerca che sono essenziali come ACNP e NILDE. Mi piace qui ricordare che questi due progetti  sono stati costruiti e sono gestiti con poche risorse  rispetto a progetti più ambiziosi ma danno un servizio essenziale e importante molto di più di altre risorse assai più costose ai contribuenti. In particolare ACNP, sin dal suo inizio agli inizi del 1970, è nato ed è stato contestualizzato nel processo della comunicazione scientifica e deciso come progetto durante le prime Giornate della Scienza del CNR: quindi non è inquadrato nel concetto della biblioteca intesa come deposito organizzato. Per chi fosse interessato ad approfondire il problema del ruolo delle biblioteche raccomando un rapporto di Vannevar Bush Science the endless frontier.

2)Ritenete ci possa essere spazio per estendere la collaborazione fra biblioteche e ambiti governativi in tema di valutazione – a meno che non vi siano “controindicazioni” – e quali sono, a Vostro parere, obiettivi e idee pratiche per concretizzare tale estensione di collaborazione?

Le biblioteche universitarie hanno da sempre trascurato il contesto istituzionale, a favore di problematiche tecniche, coerentemente alla visione centripeta descritta sopra. Le biblioteche si comportano come un microcosmo ed anche quando si pongono nell’ottica corretta di voler essere di supporto all’utente, aspettano che questo venga in biblioteca.

Vorrei sgombrare prima di tutto il campo da possibili malintesi: niente piagnistei che i bibliotecari non sono capiti, che non vengono ritenuti all’altezza di saper fare ricerca, che non possono fare  ricerca. Si cerca di utilizzare il tema della valutazione per ottener vantaggi di visibilità ala professione, che da sempre soffre di problemi di riconoscimento? oppure si cerca di facilitare la comunicazione scientica? Se le biblioteche cambiano il paradigma della tendenza decentrata e si preoccupano veramente di dare un supporto ai problemi del contesto universitario, compresa la valutazione, va da sé che riusciranno a non diventare obsolete ed ad essere integrate nel flusso rinnovato della comunicazione scientifica. Come?

AIB CNUR ha indicato nel Rapporto sulle biblioteche universitarie:

1. Biblioteca come editore di pubblicazioni Open Access per sostenere la disseminazione della conoscenza scientifica prodotta nelle università

2. L’apporto alla valutazione della ricerca Le competenze che le BUR possono mettere a disposizione delle IISR sono bibliografiche, biblioteconomiche e bibliometriche. Favoriscano l’interoperabilità tra gli archivi istituzionali e le anagrafi della ricerca

A queste io aggiungo altre attività: Raccolta e gestione dei dati di ricerca ed anche supporto all’editoria digitale. La cura dei dati è un nuovo ruolo da assumere, di cui sottolineo l’urgenza, il supporto attivo all’editoria digitale (ed aggiungerei anche all’e-learning) rientra nel ruolo di inserirsi nella comunicazione scientifica a cominciare dalla creazione della conoscenza.

I bibliotecari hanno avuto finora un ruolo passivo e questo li pone in una posizione rischiosa, quando gli amministratori on ne percepiscono il valore ma invece ne vedono i costi dei depositi e dello staff. Il cambiamento di prospettiva è quello di diventare dei supporti alla ricerca e didattica, spostarsi da un punto di vista basato sulla collezione ad un punto di vista basato sulle competenze. Può anche dirsi che sicuramente nessuno chiede ai bibliotecari di assumere questo nuovo ruolo: ma non è questo un motivo per non farlo. Come anche i bibliotecari sono spesso assenti dai tavoli dove si distribuiscono le risorse. Ma questo è responsabilità dei bibliotecari che non sono capaci di comunicare il loro valore.Inoltre devono far guidare le loro linee strategiche dalla missione istituzionale dell’Università e non dalle tradizionali funzionalità bibliotecarie. In questo modo le biblioteche possono continuare a mantenere un posto centrale nell’Università.

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Biblioteche dei Conservatori di Musica: una giornata di studio IAML Italia a Firenze

I Conservatori di Musica e la ricerca: il ruolo delle biblioteche per la qualità degli studi, la governance e la valutazione degli istituti è il titolo della 20. Giornata di studio IAML Italia svoltasi il 16 maggio a Firenze presso la Sala Comparetti della Biblioteca Umanistica dell’Università di Firenze. Ho trovato molte somiglianze con le biblioteche universitarie, sia di problematiche, che di approcci e posso dire che, come le biblioteche universitarie e di ricerca, le biblioteche dei Conservatori si trovano in una fase cruciale, dal mio punto di vista piena di opportunità, in cui il cambiamento tecnologico sta avendo un impatto sulle abitudini di ricerca degli utenti. Dove è l’opportunità? l’opportunità è quella di fare un salto di qualità delle biblioteche (e dei bibliotecari) acquistando o mantenendo un ruolo centrale nell’istituzione e soprattutto nel flusso della creazione di conoscenza.

Nella prima sessione sono state presentate alcune risorse digitali per gli studi musicali: in un approccio tradizionale per le biblioteche si parte dalle collezioni e dagli strumenti bibliografici. Tuttavia queste risorse che sono state presentate non si limitano alle funzioni di cataloghi e bibliografie ma sono evidentemente strumenti che innovano la ricerca, perché offrono funzionalità a valore aggiunto allo studioso. Leonella Grasso Caprioli (Università di Padova) insieme all’editore Guido Liguori ha descritto contenuti e funzionalità del Lessico Italiano del Canto che oltre a rendere disponibili più di  5000 lemmi ne evidenzia tutte le relazioni semantiche strutturate come un  thesaurus. Una funzionalità avanzata che è stata descritta è la disponibilità della fonte trascritta per intero  e non solo un indice di parole:  l’estrazione del lemma dalla fonte che prima non era pssibile  dà la possibilità di contestualizzare altre fonti collegate e rappresenta un’innovazione della ricerca che può modificare l’approccio stesso dell’utente. Caprioli in conclusione ha prospettato il desiderio di allargare al contributo aperto da parte degli stessi utenti per costituire una comunità collaborativa, prospettando l’opportunità della ricerca collaborativa. Sono anche stata colpita dalla presentazione di Agostina Zecca Laterza e Pierluigi Ledda (Ricordi) in cui il Catalogo numerico di Tito Ricordi ottocentesco di Ricordi, pubblicato in parte sempre da Zecca Laterza, è stato messo in linea in modalità open. Laterza ha evidenziato che il mondo della musica è sempre stato globale ed ha circolato facilmente e senza diritto di autore almeno fino a fine ‘800:  di chi era proprietà la musica? editore ha sempre avuto il diritto di proprietà ma questo era limitato nella sua città ed inoltre per chi sapeva anche scrivere mentre si ascoltava la musica, non c’erano vincoli alla disseminazione. Il Catalogo di Ricordi ha quindi valore bibliografico perché descrive le date  in cui Ricordi ha acquistato le opere. Nella prefazione del primo volume che è stato ripreso online sono state comprese anche i supplementi e il secondo catalogo pubblicato nel 1858 circa con 200.000 opere. Mi ha particolarmente colpito l’attività appassionata di Agostina Zecca Laterza che, ormai in pensione da anni, continua ad impegnarsi nella sua ricerca, utilizzando gli strumenti tecnologici più avanzati per aggiornare il lavoro fatto sempre da lei negli anni passati. Agostina Zecca Laterza, in risposta al mio commento su come le tecnologie cambiano il lavoro del bibliotecario, mi ha risposto “Io non ho cambiato, io continuo a fare la bibliotecaria”!  Il Répertoire International de Littérature musicale descritto da Zdravko Blazekovich (executive editor RILM, New York) e da Gionata Giacomelli (EBSCO)contiene circa 750000 record estratti da pubblicazioni periodiche di cui 700 italiane,  libri ed altro, dal 1835 al 1966 e dal 1967 ad oggi, abstract in lingua originale e alcuni in inglese. Piattaforma integrata in JSTOR e organizzata con Comitati nazionali RILM che raccolgono gli abstract; questi Comitati lavorano in collaborazione coi corsi di biblioteconomia presenti nei Conservatori ed anche il singolo autore può collaborare direttamente. Anche Torrossa (Casalini Libri) offre numerose risorse per la musica nella piattaforma full text illustrata da Andrea Ferro.

Tutte queste risorse digitali per la musica sono rese disponibili con abbonamento e licenza di accesso dall’editore. Tutte queste risorse chiedono e prospettano per altro di avviarsi alla ricerca collaborativa, chiedendo il supporto degli studiosi per il continuo aggiornamento. Potrebbero – ho pensato – le biblioteche dei Conservatori offrire uno spazio per facilitare la ricerca collaborativa? L’attività delle biblioteche è sempre stata collaborativa. Inoltre mi ha particolarmente interessato notare che quando si sollecita la ricerca collaborativa non si pensa ad includere le biblioteche, che potrebbero anche arrivare ad avere un ruolo di editore. Il problema che ho notato con le risorse presentate durante la Giornata è che anche le risorse aperte non mi sembra consentano il ri-uso e l’interoperabilità è ancora un obiettivo da raggiungere.

Nella seconda parte della Giornata ci si è concentrati sulle biblioteche dei Conservatori musicali, che pur avendo investito molte risorse in OPAC sono in ritardo per servizi come recuperare il pregresso del catalogo, integrare le risorse digitali e le banche dati in linea, la disponibilità di un motore di ricerca specializzato e unico. Possono le biblioteche dei Conservatori accompagnare il cambiamento dei Conservatori? In particolare possono essere di supporto alla valutazione della ricerca.

Il gruppo di studio per la definizione dei criteri di valutazione per i Conservatori è stato presentato dal Presidente Paolo Troncon (Presidente Conferenza dei Direttori e gruppo di studio ANVUR) e la comunità di ricerca degli studiosi di musica (Artistic research e l’associazione RAMI) è stato presentato da Leonella Grasso Caprioli (Conservatorio di Vicenza). Ho particolarmente apprezzato queste due presentazioni, che evidenziano un cambiamento di approccio verso la valutazione e come questo possa migliorare la qualità della ricerca e di conseguenza migliorare la qualità delle biblioteche. Si sta avviando un circolo positivo quindi, ma ancora ci sono degli ostacoli da parte delle biblioteche.  Federica Riva (Presidente IALM) ha brevemente descritto i punti di forza e le criticità delle biblioteche nei Conservatori di musica alla luce del loro coinvolgimento nei processi di valutazione. La mia percezione è che le biblioteche dei Conservatori non sono veramente inserite nei processi della ricerca degli studiosi ed hanno forse ancora un approccio conservativo e basato sulla conservazione delle collezioni. I bibliotecari dei Conservatori potrebbero ispirarsi agli indicatori utilizzati dal Progetto GIM delle biblioteche universitarie.

Aspettative generali e indicazioni professionali sono venute nella discussione finale dal prof. Sergio Cordibella, Presidente della Conferenza nazionale dei presidenti dei Conservatori italiani. Di fronte alle nuove esigenze della valutazione della produttività scientifica, ha affermato Cordibella, occorre migliorare i servizi delle biblioteche con orari prolungati, gli studenti hanno bisogno di supporto per fare tesi di laurea, devono saper usare i repertori, ed avere servizi. La biblioteca è importante per l’accreditamento degli istituti? deve avere allora i requisiti strutturali, organizzativi e professionali.

 

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Open Science 2020: una panoramica delle iniziative italiane per i dati di ricerca

Il Seminario organizzato dall’ISTI di Pisa l’8 aprile ha avuto come primo risultato quello di fare una panoramica della situazione attuale in Italia per l’Open Access e per la cura dei dati scientifici. Come ha spiegato Costantino Thanos (ISTI) ed altri relatori, la comunicazione scientifica  sta cambiando, il concetto di pubblicazione scientifica si estende ai dati ed agli esperimenti, le relazioni multidisciplinari diventano più importanti e tutto questo richiede un’infrastruttura diversa da quella tradizionale basata sulla comunicazione attraverso le pubblicazioni a stampa.

Per Juan Carlos de Martin (Politecnico di Torino) siamo entrati in una nuova fase dell’Open Access: la prima è stata l’età dei pionieri, successivamente abbiamo avuto l’età dei solitari, seguita ora dall’età degli incentivi e degli obblighi che è quella in cui stiamo vivendo in questo momento, in cui gli attori comprendono rettori, finanziatori, ed anche regolamenti. Tuttavia ancora ci sono ostacoli e spesso l’Open Access viene percepito come “culto” dei bibliotecari, dobbiamo proporci di coinvolgere almeno 10% di docenti e ricercatori, curando la comunicazione. Cinque sono le attività di promozione proposte 1) i docenti già attivi si impegnino a “evangelizzare” altri docenti con incontri di persona, blog, social media, articoli, iniziative OA durante conferenze 2) coinvolgere le società scientifiche e le università politecniche 3) creare una rete di referenti OA nei dipartimenti per consigli ai docenti del dipartimento 4) inserire nell’insegnamento ai  dottorandi informazioni sulle pubblicazioni OA, sull’intensive science, la multidisciplinarietà, l’e-science; 5) celebrare “open access awards”: creare comunità in positivo, ma non un’iniziativa auto-referenziale della comunità OA. Quello che più conta è creare dei titoli buoni, questo dovrebbe essere il compito dei professori più noti, ma anche in qualunque modo: gold,  green e sul sito del Dipartimento.

 Lancia e Nativi (CNR) hanno descritto le iniziative del CNR al fine di costruire una prima infrastruttura italiana per l’e-science. Il CNR  ha firmato la Dichiarazione Berlino nel 2012 e nel marzo 2013  un “position statement” per costruire un’infrastruttura coordinata su OA per dare attuazione alla policy EU. I dati prodotti dal CNR sono organizzati nel sito: http://data.cnr.it/site/about, con licenza CC BY e ricaricabili attraverso il motore Semantic Scout. Il CNR partecipa inoltre ai Progetti europei OpenAire e RDA. Il CNR partecipa inoltre al Belmont Forum per l’armonizzazione dei dati sulla terra raccolti da diversi paesi ed ha più di 50 milioni di dati raccolti sull’osservazione della terra in collaborazione con 92 paesi, in collaborazione con la Società e-Geos. Tra le iniziative del CNR che sono state introdotte anche un primo corso a distanza per la comunità scientifica OA.

Fiameni (Cineca) ha descritto l’ambito infrastrutturale per la gestione del ciclo di vita dei dati reso disponibile ai ricercatori italiani e le nuove prospettive del CINECA che ha presa consapevolezza che la cura dei dati è un asset fondamentale per condurre ricerca. Il Consorzio si è concentrato sul modello di riferimento dei dati basato sul progetto europeo EUDAT. Le linee guida per l’infrastruttura per gli “open data” sono state definite dal G8 Open Data strutture in cinque elementi: discoverability, accessibility, understandibility, managenability, skills pre lo staff che lavora sui dati. Gargiulo (Cineca) ha introdotto il Progetto OpenAire e la rete NOAD (Network of Open Access Desk)  per una politica nazionale su come adottare la raccomandazione europea sull’Open Access ed i risultati finora ottenuti in Italia per armonizzare le politiche di Horizon 2020 e costruire con gli stakeholders una “Roadmap”. Ha annunciato che Pleiadi sarà sostituito da OpenAire. Alcuni risultati della negoziazione con gli editori hanno inoltre portato a miglioramenti nella ricerca. Molte università italiane che usano U-Gov avranno la possibilità di integrarlo con Surplus che prevede il deposito aperto delle pubblicazioni compatibile con OpenAire.

A livello settoriale, per la medicina Di Castro (Istituto Superiore della Sanità) ha illustrato la disponibilità di pubblicazioni OA e open data relativi alla salute in Italia (Italia è 3% in Medline) e le iniziative dell’ISS che è stato il primo ad entrare in SCIELO, ed in Medoanet e persegue un  approccio plutidisciplinare ed intersettoriale per costruire l’infrastruttura dell’e-science. Nel deposito DSpace ISS si possono trovare più di 34.000 dati indicizzati con termini MESH.

Bianco (INFN) ha illustrato la situazione per la Fisica, in cui i primi pionieri hanno aperto il primo archivio preprint nel 1954 e le prime riviste Open Access hanno iniziato nel 1997. La disciplina è caratterizzata da un  output scientifico ridotto ed una comunità di  lettori e autori limitata, con la leadership del CERN per le iniziative Open Access. iNFN e OenAire nel 2013 hanno lanciato un nuovo deposito di ricerca che ha utilizzato INFN Big Data, il database della ricerca Invenio NEXT e Zenodo: un singolo deposito per tutti gli obblighi di Horizon 2020. La prossima sfida è quella di un meccanscmo di certificazione indipendente dagli editori ma non basato su Altmerrics.

De Giorgio (ICCU) si è concentrata sul settore umanistico ed ha illustrato i progetti europei Dariah, Ariadne, DCH RP che hanno tutti lo scopo di definire una Roadmap e una serie di strumenti pratici con l’obiettivo di individuare i requisiti comuni per l’interoperabilità e la diffusione dell’accesso. Un’attenzione particolare è data alla  conservazione a livello europeo.

La mia impressione alla fine della giornata è che la comunità scientifica Open Access in Italia stia  vivendo un cambiamento profondo, in cui diventa importante la  multidisciplinarietà, la cura dei dati, il confronto tra diverse metodologie disciplinari, la disponibilità di strumenti di analisi, riuso e visualizzazione dei dati.

In conclusione Costantino Thanos ha elencato le quattro dimensioni che devono essere affrontate: quella giuridica, quella tecnologica, quella economica e quella politica. Il panel finale ha aggiunto a queste anche una dimensione sociale e culturale. La proposta di Caso di costruire un’Associazione indirizzata all’orientamento ed alla formazione degli interessati è stata accettata dai presenti che intendono lavorarci in modo aperto.

 

 

 

 

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Gold road all’Open Access: due riflessioni veloci sul Seminario di Firenze

L’Open Access è legge anche in Italia (L.112/2013) e si è entrati in una fase nuova, in cui deve iniziare una collaborazione stretta tra tutti gli attori dell’editoria scientifica per costruire la Golden road all’Open Access. La CRUI ed in particolare il Sottogruppo Open Access, coordinato dal Prof. Roberto delle Donne ha iniziato una negoziazione con AIE insieme al CUN, per l’applicazione delle regole della Legge riguardo l’Open Access  in partnership con gli editori. Il Seminario di Firenze, organizzato da AIB CNUR e AIB Sezione Toscana, ha discusso problematiche ed opportunità che si aprono agli Atenei italiani ed in particolare alle biblioteche delle Università per le infrastrutture e servizi di cui hanno bisogno ricercatori e docenti, nel duplice ruolo di creatori e lettori di pubblicazione digitali Open Access. L’incontro si inquadra nelle iniziative promosse da AIB CNUR per la disseminazione ed applicazione del Rapporto “Rilanciare le biblioteche universitarie”. Maria Cassella ha introdotto i diversi modelli di piattaforme per l’Open Access adottati in Europa, evidenziando le caratteristiche delle piattaforme nazionali, internazionali, locali e quelle tematiche.

1. Open Edition: una piattaforma per l’Open Access

Valutazione Open Edition

Open Edition è una piattaforma che comprende libri, periodici e blog insieme ad un calendario di eventi (OpenEdition Books, Revues.org, Hypothèses, Calenda) comprendente le discipline umanistiche e sociali. La presentazione fatta durante il Seminario di Firenze è accessibile qui.

Una prima valutazione della piattaforma è stata realizzata dalle Biblioteche universitarie di cinque Atenei (La Cattolica di Milano, L’Istituto Universitario Europeo, l’Università di Firenze, L’Università di Napoli, l’Università di Torino). La piattaforma Open Edition come risultato di questa prima valutazione- che è stata realizzata usando una metodologia comune – presenta complessivamente buoni elementi di qualità (evidenziati in rosso e blu), con miglioramenti che sono stati indicati (colore giallo) soprattutto per la personalizzazione sia dell’istituzione che del singolo utente. le statistiche e l’evidenza della peer review fatta per le pubblicazioni. La valutazione verrà continuata fino a maggio 2014 ed un rapporto più preciso verrà preparato raccogliendo anche le opinioni dei docenti e lettori.

2. Come gli Atenei italiani si stanno adeguando all’Open Access?

Nel pomeriggio la Tavola rotonda, coordinata dal Prof. Roberto delle Donne, ha messo insieme oltre ad Open Edition, tre editori italiani (Casalini Torrossa, Lorenzo Armando, FUP Firenze University Press) insieme a Costantino Thanos dell’ISTI CNR. Il problema dell’aggregazione è stato discusso da parte degli editori e da parte dell’infrastruttura che ora è necessaria e perché l’aggregazione sia necessaria. Gli editori hanno diversi punti di vista: i piccoli editori vedono nelle piattaforme Open Access una strategia di sopravvivenza, gli editori consolidati si stanno attrezzando ad aprire una loro piattaforma per l’Open Access. Casalini ha annunciato che presto la loro piattaforma avrà anche un canale per l’Open Access.

Una riflessione da fare, oltre l’accesso, è tuttavia quella della cura dei dati e delle pubblicazioni digitali: nessuno o pochi come Magazzini digitali fa nulla sulla preservazione e cura delle pubblicazioni digitali Open Access.

Infine, un contributo interessante che è venuto dalla discussione è stato quello di Thanos che ha evidenziato che quello che è importante è capire perché le pubblicazioni scientifiche debbano essere in Open Access: la ragione sta nel facilitare la creazione di conoscenza, non nell’accesso gratuito!

Gli studiosi delle Università italiane preferiscono tuttavia mettere i loro lavori in Academia EDU: potremmo chiederci perché? Gli Atenei ed anche le biblioteche universitarie sono in ritardo sulla comprensione del problema di dare visibilità e pubblicare i risultati della ricerca. Nella discussione si è parlato di quello che manca: una politica della preservazione e tra i vari modelli  Clockss sembra il migliore, dei centri di dati che curino gli Open Data,  nuovi modelli di pubblicazione scientifica e, per quel che riguarda le biblioteche ed i bibliotecari, nuove competenze ed aggiornamento delle competenze professionali.

Ancora si frappongono molti ostacoli culturali, anche dove è stato ratificato un regolamento evoluto come a Torino, ci sono stati contrasti da parte dei docenti. E’ stato evidente il ruolo di promozione e formazione che devono avere i bibliotecari. In conclusione, si è discusso non solo di accesso ma di tutto il ciclo della creazione della pubblicazione digitale, evidenziando come vadano organizzate funzionalità come la preservazione e la gestione dei Linked Data. La cura dei dati sarà sempre più compito di Centri specializzati. Il nuovo contesto infine spinge a programmi di formazione e di aggiornamento che siano in grado di dare le giuste competenze al personale. Le Conclusioni di AIB  CNUR e Sezione Toscana sintetizzano la discussione, presentando tutto quello che dovrà essere fatto a partire dai concetti e elementi del ciclo editoriale da rivedere e ripensare anche in modo innovativo.

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