Archivio per giugno 2016

By the book 2016: terzo appuntamento del Convegno internazionale a Firenze (Villa Finaly)

Clul0PlXIAA8BJJ.jpg-largePer il terzo anno consecutivo, si è svolto a Villa Finaly (Firenze) il Convegno internazionale “By the book 2016“, organizzato dall’Università di Sorbona 13 con Oxford Brookes University e l’University of Ljubljana. Il titolo del Convegno “Building Audiences for the Book in an Age of Media Proliferation” individua il focus sulla trasformazione digitale del libro e l’impatto sociale ed individuale che questo comporta. Il cambiamento è evidente nell’industria editoriale, ma ancora non è ben compreso dalle istituzioni, organizzazioni e persone perché manca ricerca nel settore emergente di studi sull’editoria. Durante la Conferenza è stato deciso di avviare un’European Publishing Studies Association (EuroPub) proprio con lo scopo di promuovere e diffondere studi e ricerche sull’editoria in cui accademici e professionisti con diverso background possano collaborare per una migliore comprensione dei problemi che l’introduzione del digitale ha su autori/lettori e l’intera filiera editoriale.

Twitter: 

Link al programma By the book 3

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How open is open enough? un panel a Villa Finally, Firenze

La comunicazione scientifica è in una fase di grande cambiamento nell’era digitale e l’impatto dell’Open Access è ad un crocevia.

Il Panel “How Open is Open enough”, il 23 giugno durante il Convegno internazionale By the Book 3, organizzato a Firenze Villa Finaly da Universitè Paris 13, Oxford Brookes University, University of Lubiana, ha lo scopo di discutere i diversi punti di vista delle parti interessate (editori e biblioteche prima di tutto, ma ache politici ed amministratori) per l’accesso aperto concentrandosi sull’aspetto socio-economico.

L’accesso aperto presenta numerose sfide ed opportunità per quasi ogni aspetto del modello di business dei diversi attori interessati.

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Libraries in Digital Age (LIDA): la trasformazione delle biblioteche in era digitale

Schermata 2016-06-19 alle 21.55.33La serie annuale di Conferenze internazionali LIDA (dal 2012 biennale) è un osservatorio privilegiato per la trasformazione delle biblioteche nell’era digitale, a partire dal primo incontro nel 2000 a Dubrovnik, dove il tema su cui ci si è concentrati è stato l’impatto di Internet. LIDA ha una prima caratteristica: si concentra sulla ricerca! L’Association for the Information Science & Technology ASIS&T  European Chapter fin dall’inizio è stato collegato alla Conferenza. Una novità di quest’anno è stata la partecipazione per la prima volta dell’Asia Chapter di ASIS&T. Un’altra caratteristica di LIDA è che il target privilegiato sono gli studenti di biblioteconomia e scienza dell’informazione. Questi partecipano attivamente all’organizzazione e contribuiscono ad una parte sostanziale del programma: presentano poster, discutono la loro idea di tesi (PHD Forum) e quest’anno hanno anche presentato i loro lavori di ricerca (Student Showcase). Anno dopo anno mi ha colpito come gli studenti soprattutto della Croazia hanno migliorato le loro competenze linguistiche e di metodologia della ricerca, grazie a questa Conferenza di successo che porta a Zadar gli esperti più noti della biblioteca digitale nel mondo. Tatjana Aparac-Jelušić e Tefko Saracevic organizzatori della Conferenza hanno ricevuto un ampio riconoscimento del loro merito per LIDA e non solo.

Due i temi scelti per l’edizione 2016: 1) Digital Curation and Preservation – Current Trends and Research e 2) Use Studies, Education & Training for Digital Library Collections.

Twitter account: https://twitter.com/LidaZadar2016 hashtag #‎LIDA2016‬ Facebook account: https://www.facebook.com/lida2016/

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Open Education: la condivisione facilita la formazione continua

Lo scorso 9 giugno ho partecipato a Roma al Seminario organizzato dal Progetto europeo OER up!(Open Educational Resources Uptake in adult education) in materia di Open Education per l’educazione degli adulti in Europa. La definizione di OER (Risorse Educative Aperte) è molto ampia e comprende ogni risorsa creata per insegnare, apprendere e fare ricerca, usata da educatori, studenti e studiosi autonomi, su qualsiasi supporto (digitale e cartaceo), accessibile per l’uso, l’adattamento e la ridistribuzione libera nel rispetto del copyright dell’autore.  OEP (Open Educational Practices) sono le pratiche di supporto alla creazione ed al riuso delle OER e comprendono: le strategie delle istituzioni,innovazione dei modi di insegnare ed apprendere, e la co-creazione dei contenuti da parte dei discenti.

Perché l’Open Education? perché aprire l’educazione, usando strumenti digitali innovativi? Promuovere le risorse educative aperte (OER) è in linea con la strategia d’Europa 2020 e risponde al bisogno emergente di formazione continua e contemporaneamente di innovazione della formazione. Tuttavia non c’è evidenza su come le OER siano utilizzate per promuovere l’apprendimento permanente e l’educazione degli adulti, anche se le opportunità di apprendimento aperte sono particolarmente rilevanti se si considera che gli studenti adulti hanno vincoli di tempo (ad esempio per responsabilità di lavoro e familiari) e le loro aspettative e ambizioni sono diverse da quelli degli studenti tradizionali.

Un rapporto dell’OCSE (2007: 20) afferma che “per sfruttare le opportunità offerte dalle OER, le istituzioni dovrebbero creare incentivi per stimolare i docenti a creare il materiale didattico del curriculum con almeno un elemento OER come parte dei doveri della posizione di insegnamento. Allo stesso modo l’uso di OER nella formazione continua dovrebbe essere incoraggiato e ci dovrebbe essere attenzione ad offrire OER per la formazione continua. “

Ines Kreitlein, Innovation Agency, Media and Creative Industries (MFG), Germany ha illustrato il Progetto OER up! che è stato lanciato nel settembre 2014. In uno spirito di apertura e di condivisione, lo scopo che si è posto il Progetto è quello di migliorare la partecipazione a Open Education e di aiutare gli istituti di educazione degli adulti a creare con successo OER (Open Educational Resources) e applicare OEP (pratiche didattiche aperte) cioè buone pratiche in materia di educazione degli adulti in Europa.

I principali obiettivi del Progetto sono stati:

  • Identificare lo status quo delle OER per l’educazione degli adulti (AEI)
  • Aumentare la consapevolezza del valore di OER & OEP
  •  Creare di un quadro di qualità di OER & OEP
  •  Migliorare le competenze digitali docenti
  • Dare supporto a AEI con la realizzazione e applicazione di una strategia sostenibile per pratiche educative aperte.

Un aspetto chiave che è stato evidenziato è la mancanza di leadership a livello politico. Infatti, nonostante numerose iniziative a diversi livelli di formazione e tra diverse comunità pionieristiche e isolate, non esiste attualmente alcuna legislazione che copra questo settore o fornisca anche una definizione comune di Open Education. In questo senso, una pubblicazione OCSE PIAAC afferma che “Mentre i paesi non possono cambiare il passato, le politiche progettate per fornire opportunità per l’apprendimento per tutta la vita di alta qualità può aiutare a garantire che gli adulti del futuro mantengano le loro competenze” (OCSE 2013, p.13 ).

Le attività di OER Up! sono state per questo motivo principalmente indirizzate a politici e amministratori (decisori) oltre che a professionisti dell’educazione degli adulti.

OERup risultati

I risultati del Progetto mi sembrano particolarmente interessanti:

  1. Training material: sulla base dell’analisi dei bisogni, è stata costruita una piattaforma on-line con un pacchetto di corsi di alfabetizzazione sulle OER;
  2. Good Practices: è stata costruita una comunità,  attraverso Webinar e seminari in presenza (mantenuta attiva usando google +) per condividere esperienze di buone pratiche per le OER (OEP);
  3. Guidelines: sono state elaborate delle linee guida.

Un altro risultato che mi è sembrato particolarmente utile è una serie di rapporti sull’analisi dello status quo e dei bisogni delle diverse regioni europee su OER. Alcuni aspetti messi in evidenza dal Progetto sono particolarmente interessanti e riconducibili agli aspetti collegati dell’Open Science.

Finora la maggior parte dei contenuti OER per l’educazione degli adulti è prodotto da università ed istituzioni accademiche anche se il contributo di docenti di tutte le istituzioni al di fuori delle università per l’educazione degli adulti (AEI) sarebbe di grande valore, in particolare per sviluppare forme di valutazione e di crediti appropriati per chi apprende tutta la vita e per l’accreditamento nel lavoro.

L’attuazione di una politica di Open Education comporterà un significativo cambiamento di cultura verso la condivisione. Quello che si è evidenziato è che la cultura della condivisione manca. I docenti utilizzano gli strumenti ICT per preparare il loro curriculum, ma non traggono profitto dai vantaggi della condivisione e non sono coinvolti in attività di creazione collaborativa di contenuti con diversi colleghi e con gli stessi studenti. Gli ostacoli da superare sono molti.

Prima di tutto quello dei diritti di proprietà intellettuale  ad esempio sono dei singoli o dell’istituzione? Poi quelli economici, come considerare ad esempio la possibilità di fare eccezioni per alcuni materiali che possono avere un valore commerciale? Un problema generale che è stato evidenziato riguarda la mancanza di consapevolezza delle OER, nonché la mancanza di comprensione di interconnessioni tra le diverse forme di apprendimento aperto e flessibile che è necessario nell’ottica della formazione continua e spinge alla collaborazione le varie istituzioni formative.

Le istituzioni formative ed il personale docente hanno bisogno di essere meglio informati e devono tutti essere sensibilizzati riguardo argomenti come la concessione di licenze, per esempio. Pertanto OERup! è partito dalla necessità di promuovere e favorire la corretta attuazione di buone pratiche con le OER per l’ educazione degli adulti in Europa, con l’obiettivo di far conoscere il valore di OER, oltre a supportare un ambiente OER-friendly negli istituti formativi per allargare partecipazione a Open Education.

Dal punto di vista individuale c’è ancora resistenza da parte dei docenti a costruire contenuti OER, a causa di una mancanza di fiducia nella qualità delle OER, in generale, così come mancanza di competenze nei suoi strumenti ICT. Tra gli operatori OER, e anche tra il pubblico, vi è anche una notevole incomprensione dei termini “libero” tradotto come “aperto” e sinonimo di gratis, così come molto poca importanza viene dedicata ai diritti di proprietà intellettuale e questioni di licenze. La maggior parte degli insegnanti e dei formatori sostengono di aver sempre sviluppato il loro materiale didattico, o parti di esso, in isolamento. All’interno di questa loro creazione di materiale didattico, includono spesso elementi OER singoli, che si trovano online (immagini, video, ecc). Tuttavia solo in rare occasioni i prodotti finali vengono apertamente condivisi in cambio del riuso fatto di singoli elementi. Per quanto riguarda l’accesso a OER, la maggior parte degli intervistatori e gli esperti concordano sul fatto che “sono difficili da trovare”.

L’analisi dei bisogni dimostra che vi è una chiara necessità di formazione e attività educative di sensibilizzazione per i responsabili politici e decisionali.

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“Open” significa innovazione: il Convegno Nazionale OpenAire a Roma

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Paola Gargiulo apre il Convegno

Il Convegno nazionale OpenAire a Roma si è appena concluso lo scorso 30-31 maggio presso la Sala Marconi del CNR ed ora noi sostenitori dell’Accesso Aperto siamo più incoraggiati, più informati ma soprattutto rinforzati dai risultati che sono stati illustrati in Europa ed anche in Italia. Nella prima giornata si è parlato di infrastrutture e di strategie per la gestione dei dati, nella seconda giornata di progetti e iniziative strategiche a livello internazionale e nazionale.

Da dove partiamo? la situazione italiana è illustrata nel sito OpenAire per l’Italia a cura di Paola Gargiulo. OpenAire è un progetto europeo finalizzato alla creazione di un’infrastruttura digitale e di meccanismi di sostegno per l’identificazione, il deposito, il monitoraggio e l’Accesso Aperto al testo completo degli articoli scientifici e dei dati prodotti da progetti finanziati all’interno del progetto pilota sull’Accesso Aperto del VII Programma Quadro (FP7) e dall’ERC – European Research Council. Nell’ambito del Programma di ricerca e di finanziamento dell’innovazione Horizon 2020, l’Accesso Aperto alle pubblicazioni è ora obbligatorio ed è stato lanciato un Pilot on Open Research Data. Dieci anni dopo che Stevan Harnad ha pubblicato la sua “Subversive proposal” invitando i ricercatori a creare i propri depositi locali per rendere le loro pubblicazioni liberamente disponibili su Internet, siamo entrati in una nuova fase: parliamo di Open Science, come scopo da perseguire e gli obiettivi sono l’innovazione della comunicazione scientifica e la collaborazione di tutti gli attori interessati (stakeholder).  “Open” non è da intendersi solo come accesso “Aperto” ma ha uno scopo molto più ambizioso: “Open” come “innovazione” della comunicazione scientifica.

Tra i relatori mi ha colpito molto Barend Mons che è un professore associato di biosemantica presso il Centro Medico Erasmus, Università di Rotterdam, e presso il Medical Center dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi ed è il Presidente dell’High Level Expert Group per l’Open Science della Commissione Europea. Mons ha chiarito che “Open Science” comporta un vero cambiamento:

  1. In primo luogo, è fondamentale far progredire la scienza aperta a livello nazionale, europeo e mondiale. Ciò richiede accordo reciproco di tutte le parti in causa – gli stakeholder coinvolti: le istituzioni che fanno attività di ricerca, le organizzazioni che finanziano la ricerca e le imprese, e comporterà una revisione di come la scienza viene valutata, la creazione di nuovi meccanismi di finanziamento della ricerca, e modi alternativi di pubblicazione.
  2. In secondo luogo, abbiamo bisogno di creare un’infrastruttura che renda disponibile un ambiente aperto,  dove la scienza sia “amichevole” sia per la comunità scientifica, che per l’industria ed il “citizen science”.
  3. In terzo luogo, la scienza aperta dovrebbe essere un processo inclusivo. Abbiamo bisogno di stimolare ulteriormente l’impegno di tutte le parti interessate alla scienza aperta che vanno da singoli ricercatori delle università, dalle start-up, alle grandi aziende. Aprire la scienza è anche fare in modo che la scienza diventi più rispondente alle esigenze socio-economiche della nazione ed ai bisogni dei cittadini.

Per il primo punto, quello di trovare un accordo, sono state descritte nel Convegno le politiche internazionali e nazionali che cercano di determinare principi e regole da rispettare. I dati della ricerca, dice Mons, hanno bisogno di essere ‘FAIR’, il che significa che devono essere rintracciabili, accessibili, interoperabili, e riutilizzabili. Mettere in pratica questi principi non è un compito facile e deve essere responsabilità primaria dei politici e amministratori a livello nazionale e locale. Alcuni progetti europei cercano di facilitare il compito delle singole istituzioni a realizzare ed applicare le politiche per la gestione dei dati: Antonio Vetrò (NEXA Center) ha introdotto il progetto Pasteur4OA e Marina Angelaki (EKT Atene)  ha presentato il progetto RECODE.

Per il secondo punto, quello dell’infrastruttura “amichevole” sono già disponibili alcuni dei componenti. Paolo Manghi (ISTI) ha presentato l’infrastruttura tecnologica di OpenAire. Il deposito Zenodo gestito attraverso il progetto OpenAIREplus è un ottimo esempio di servizio finanziato dalla Commissione Europea, inteso ad agevolare la condivisione dei dati di ricerca. Zenodo, che è ospitato presso il CERN, consente ai ricercatori di condividere pubblicazioni e dati di supporto più facilmente, facilitando così la collaborazione. La Commissione europea sta cercando di facilitare l’Open Science con l’introduzione di un “EU-Open-Science-Cloud” per consentire ai ricercatori di memorizzare i propri dati utilizzando un’infrastruttura centrale. Nel contesto della strategia per il Digital Single Market, a fine dello scorso maggio è stata adottata una conclusione del Consiglio d’Europa per la competitività  “Council Conclusions on “Open, data-intensive and networked research as a driver for faster and wider innovation” in cui gli Stati membri si sono impegnati a produrre piani di azione e strategie per l’Open Science. I livelli delle infrastrutture e delle politiche sono quindi internazionali, nazionali e locali, ed il mondo “Open” davvero dovrà abbattere molti muri istituzionali per avere successo.

Non sono gli aspetti tecnologici tuttavia a creare problemi! Per il terzo punto, quello dell’Open Science inteso come processo inclusivo della comunità scientifica, gli ostacoli sono i maggiori: mancano ancora accordi e la partecipazione attiva degli interessati. Molti sono gli attori interessati (stakeholder) che dovrebbero accordarsi per l’innovazione della comunicazione scientifica: questi sono politici, finanziatori, docenti, bibliotecari, informatici, amministratori, editori scientifici. Lo scopo pare quindi arduo da raggiungere e credo che in Italia forse serviranno alcune generazioni.

Open Science vs commercializzazione della ricerca scientifica? Roberto Caso (ASIA) ha posto questa domanda, rivedendo la storia del movimento Accesso aperto dalle speranze iniziali, alla realtà, alle nuove speranze. Cosa frena l’Open Science? per Caso gli ostacoli si trovano nel copyright e nella valutazione della ricerca. In Italia ci sarebbe bisogno di una legge nazionale come per la Germania e l’Olanda.  Julia Reda, membro del parlamento europeo e vicepresidente del comitato Legal Affairs Committee (JURI) ha esposto il suo Rapporto su copyright and internet policy . Roberto delle Donne (CRUI) ha illustrato la Road Map dell’Accesso Aperto in Italia.

Il cambiamento però dovrà essere individuale! Mons sostiene che deve avvenire un grande cambiamento nel modo in cui i ricercatori pensano ai propri dati: invece di dataset considerati come ‘informazioni supplementari’ di una pubblicazione accademica, Mons ritiene che i set di dati che i ricercatori producono dovrebbero essi stessi – come nanopublications, ognuno composto da singole asserzioni scientifiche evidenziate sulla base di questi dati – essere considerati risultato primario della ricerca, con documenti narrativi considerati “documenti integrativi” che descrivono questi dati.

Un altro relatore che mi ha molto colpito nelle due giornate romane è stato Bjoern Brembs (University of Regensburg), che si auto-definisce come un “utente scontento di un sistema di comunicazione scientifica disfunzionale”. Nella sua presentazione ha affermato che è giunto il momento per la comunità di ricerca di riprendere la proprietà del sistema di comunicazione scientifica indietro dagli editori, e costruire una “infrastruttura scientifica moderna”.  Non basta quindi il Green o Hybrid Open Access, non si tratta dell’Accesso Aperto come lettura, o anche dell’accesso come lettura più il suo riutilizzo: si tratta di Accesso Aperto inteso come scrittura e anche del ranking delle riviste (e della stessa necessità per le riviste); si tratta di inadeguatezze della peer review e del potere ufficiale ad esso associato; ed è quindi connaturato alla creazione di informazioni scientifiche e di misura dell’impatto scientifico. Per Brembs, quindi, un adeguato punto finale non è né Green né Gold: “Entrambi i sistemi possono servire solo come complementari per le strategie di transizione verso un sistema di comunicazione scientifica aperto, che massimizzi l’utilità di ciascuna tassa-dollaro speso su di esso”. Scrivendo nel suo blog l’anno scorso Brembs ha proposto un’idea che appoggio completamente: un piccolo insieme di biblioteche competenti e motivate dovrebbero cooperare e prendere l’iniziativa, invece di spendere grandi budget negli abbonamenti, di supportare i docenti nell’Open Science. Questo gruppo di biblioteche dovrebbe spostare i fondi dagli abbonamenti e investire nello sviluppo di infrastrutture e altri componenti necessari per un sistema di comunicazione scientifica biblioteca-centrico. Brembs ha citato l’esempio di Share e SciELO. SHARE (SHared Access Research Ecosystem) è stato lanciato da ARL come  “a system of cross-institutional digital repositories”. SciELO è riuscito ad ispirare l’azione concertata di una massa critica di istituti di istruzione superiore e di ricerca. Se investiamo nelle biblioteche, dice Brembs potremmo  essere in grado di realizzare un sistema di comunicazione scientifica completamente funzionale, forse anche dentro questa generazione.

Paolo Budroni (Vienna University Library and Archive Services) ha analizzato i risultati di una sua indagine sulla percezione dei ricercatori in Austria verso l’Open Science. Un problema che mi sembra importante anche in Italia è stato evidenziato dall’indagine: Burroni ha notato che manca una visione politica strategica e quindi mancano le procedure e l’infrastruttura adeguata. L’indagine ha evidenziato la necessità di evitare dicotomie tra dati aperti e Accesso Aperto alle pubblicazioni, invece di guardare a loro come una sola problematica, di chiedere ai finanziatori di  favorire e di riconoscere il riutilizzo dei dati ed infine la necessità di fornire servizi di conservazione di qualità che incentivino i ricercatori a condividere i loro dati.

Un tema di primaria importanza che è ritornato in quasi tutti gli interventi riguarda le capacità necessarie e la formazione e l’aggiornamento professionale continuo per svilupparle: il target riguarda tutti gli attori interessati, ai diversi livelli. Le iniziative di aggiornamento continuo presentate sono tutte di qualità e meriterebbero di essere diffuse e conosciute in Italia. Ignatio Labastida (University of Barcelona) ha parlato di LEARN self assessment tool e delle iniziative del progetto LEARN per aiutare politici ed amministrativi delle singole istituzioni di ricerca a realizzare e applicare una politica locale per la gestione dei dati. Quale valore diamo ai dati? LERU Association of universities in Europe ha preparato una  Roadmap  che viene promossa da mini workshop in tutte le lingue. José Carvalho (Minho Univ.) ha introdotto il progetto FOSTER che dal 2014 vuole integrare i principi di Accesso Aperto e la pratica di gestione dei dati nel flusso di lavoro dei giovani ricercatori  e Marjan Grootveld (DANS) ha illustrato gli strumenti che OpenAIRE e EUDAT offrono per aiutare i ricercatori e le istituzioni di ricerca a inserire la gestione dei dati e il libero accesso (quando possibile) nel flusso di lavoro quotidiano.

Alcuni dei problemi emersi nelle discussioni hanno evidenziato alcune necessità: definire politiche chiare sui dati di ricerca; cambiare la valutazione della ricerca; valutare i piani di gestione dei dati; formare ricercatori e personale di supporto alla gestione dei dati di ricerca. Quasi tutti i partecipanti hanno convenuto che la realizzazione di una strategia di dati aperti è un compito collaborativo in cui devono essere coinvolti tutti i diversi attori all’interno di un’istituzione. Infine, manca chiarezza sui costi della gestione dei dati, come anche sui costi dell’attuale sistema di pubblicazione.

Gli organizzatori del Convegno: CINECA, CNR, FOSTER con il patrocinio di APRE e Asia e la partecipazione delle Università di Bologna, Parma, Torino,  hanno avviato un processo importante di consapevolezza ed informazione in Italia sull’innovazione della comunicazione scientifica che dovrà avere un seguito. Tutti i partecipanti al Convegno dovrebbero sentirsi responsabili di contribuire all’avvio dell’Open Science, anche solo per disseminare i risultati della giornata ciascuno nelle proprie istituzioni. In un post che segue intendo illustrare i progetti italiani che sono stati presentati nella terza sessione del Convegno e che purtroppo per esigenze di tempo non hanno avuto spazio sufficiente di discussione.

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