Archivio per la categoria Open Science

By the book 2016: terzo appuntamento del Convegno internazionale a Firenze (Villa Finaly)

Clul0PlXIAA8BJJ.jpg-largePer il terzo anno consecutivo, si è svolto a Villa Finaly (Firenze) il Convegno internazionale “By the book 2016“, organizzato dall’Università di Sorbona 13 con Oxford Brookes University e l’University of Ljubljana. Il titolo del Convegno “Building Audiences for the Book in an Age of Media Proliferation” individua il focus sulla trasformazione digitale del libro e l’impatto sociale ed individuale che questo comporta. Il cambiamento è evidente nell’industria editoriale, ma ancora non è ben compreso dalle istituzioni, organizzazioni e persone perché manca ricerca nel settore emergente di studi sull’editoria. Durante la Conferenza è stato deciso di avviare un’European Publishing Studies Association (EuroPub) proprio con lo scopo di promuovere e diffondere studi e ricerche sull’editoria in cui accademici e professionisti con diverso background possano collaborare per una migliore comprensione dei problemi che l’introduzione del digitale ha su autori/lettori e l’intera filiera editoriale.

Twitter: 

Link al programma By the book 3

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

Lascia un commento

Libraries in Digital Age (LIDA): la trasformazione delle biblioteche in era digitale

Schermata 2016-06-19 alle 21.55.33La serie annuale di Conferenze internazionali LIDA (dal 2012 biennale) è un osservatorio privilegiato per la trasformazione delle biblioteche nell’era digitale, a partire dal primo incontro nel 2000 a Dubrovnik, dove il tema su cui ci si è concentrati è stato l’impatto di Internet. LIDA ha una prima caratteristica: si concentra sulla ricerca! L’Association for the Information Science & Technology ASIS&T  European Chapter fin dall’inizio è stato collegato alla Conferenza. Una novità di quest’anno è stata la partecipazione per la prima volta dell’Asia Chapter di ASIS&T. Un’altra caratteristica di LIDA è che il target privilegiato sono gli studenti di biblioteconomia e scienza dell’informazione. Questi partecipano attivamente all’organizzazione e contribuiscono ad una parte sostanziale del programma: presentano poster, discutono la loro idea di tesi (PHD Forum) e quest’anno hanno anche presentato i loro lavori di ricerca (Student Showcase). Anno dopo anno mi ha colpito come gli studenti soprattutto della Croazia hanno migliorato le loro competenze linguistiche e di metodologia della ricerca, grazie a questa Conferenza di successo che porta a Zadar gli esperti più noti della biblioteca digitale nel mondo. Tatjana Aparac-Jelušić e Tefko Saracevic organizzatori della Conferenza hanno ricevuto un ampio riconoscimento del loro merito per LIDA e non solo.

Due i temi scelti per l’edizione 2016: 1) Digital Curation and Preservation – Current Trends and Research e 2) Use Studies, Education & Training for Digital Library Collections.

Twitter account: https://twitter.com/LidaZadar2016 hashtag #‎LIDA2016‬ Facebook account: https://www.facebook.com/lida2016/

Leggi il seguito di questo post »

Lascia un commento

“Open” significa innovazione: il Convegno Nazionale OpenAire a Roma

IMG_3771

Paola Gargiulo apre il Convegno

Il Convegno nazionale OpenAire a Roma si è appena concluso lo scorso 30-31 maggio presso la Sala Marconi del CNR ed ora noi sostenitori dell’Accesso Aperto siamo più incoraggiati, più informati ma soprattutto rinforzati dai risultati che sono stati illustrati in Europa ed anche in Italia. Nella prima giornata si è parlato di infrastrutture e di strategie per la gestione dei dati, nella seconda giornata di progetti e iniziative strategiche a livello internazionale e nazionale.

Da dove partiamo? la situazione italiana è illustrata nel sito OpenAire per l’Italia a cura di Paola Gargiulo. OpenAire è un progetto europeo finalizzato alla creazione di un’infrastruttura digitale e di meccanismi di sostegno per l’identificazione, il deposito, il monitoraggio e l’Accesso Aperto al testo completo degli articoli scientifici e dei dati prodotti da progetti finanziati all’interno del progetto pilota sull’Accesso Aperto del VII Programma Quadro (FP7) e dall’ERC – European Research Council. Nell’ambito del Programma di ricerca e di finanziamento dell’innovazione Horizon 2020, l’Accesso Aperto alle pubblicazioni è ora obbligatorio ed è stato lanciato un Pilot on Open Research Data. Dieci anni dopo che Stevan Harnad ha pubblicato la sua “Subversive proposal” invitando i ricercatori a creare i propri depositi locali per rendere le loro pubblicazioni liberamente disponibili su Internet, siamo entrati in una nuova fase: parliamo di Open Science, come scopo da perseguire e gli obiettivi sono l’innovazione della comunicazione scientifica e la collaborazione di tutti gli attori interessati (stakeholder).  “Open” non è da intendersi solo come accesso “Aperto” ma ha uno scopo molto più ambizioso: “Open” come “innovazione” della comunicazione scientifica.

Tra i relatori mi ha colpito molto Barend Mons che è un professore associato di biosemantica presso il Centro Medico Erasmus, Università di Rotterdam, e presso il Medical Center dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi ed è il Presidente dell’High Level Expert Group per l’Open Science della Commissione Europea. Mons ha chiarito che “Open Science” comporta un vero cambiamento:

  1. In primo luogo, è fondamentale far progredire la scienza aperta a livello nazionale, europeo e mondiale. Ciò richiede accordo reciproco di tutte le parti in causa – gli stakeholder coinvolti: le istituzioni che fanno attività di ricerca, le organizzazioni che finanziano la ricerca e le imprese, e comporterà una revisione di come la scienza viene valutata, la creazione di nuovi meccanismi di finanziamento della ricerca, e modi alternativi di pubblicazione.
  2. In secondo luogo, abbiamo bisogno di creare un’infrastruttura che renda disponibile un ambiente aperto,  dove la scienza sia “amichevole” sia per la comunità scientifica, che per l’industria ed il “citizen science”.
  3. In terzo luogo, la scienza aperta dovrebbe essere un processo inclusivo. Abbiamo bisogno di stimolare ulteriormente l’impegno di tutte le parti interessate alla scienza aperta che vanno da singoli ricercatori delle università, dalle start-up, alle grandi aziende. Aprire la scienza è anche fare in modo che la scienza diventi più rispondente alle esigenze socio-economiche della nazione ed ai bisogni dei cittadini.

Per il primo punto, quello di trovare un accordo, sono state descritte nel Convegno le politiche internazionali e nazionali che cercano di determinare principi e regole da rispettare. I dati della ricerca, dice Mons, hanno bisogno di essere ‘FAIR’, il che significa che devono essere rintracciabili, accessibili, interoperabili, e riutilizzabili. Mettere in pratica questi principi non è un compito facile e deve essere responsabilità primaria dei politici e amministratori a livello nazionale e locale. Alcuni progetti europei cercano di facilitare il compito delle singole istituzioni a realizzare ed applicare le politiche per la gestione dei dati: Antonio Vetrò (NEXA Center) ha introdotto il progetto Pasteur4OA e Marina Angelaki (EKT Atene)  ha presentato il progetto RECODE.

Per il secondo punto, quello dell’infrastruttura “amichevole” sono già disponibili alcuni dei componenti. Paolo Manghi (ISTI) ha presentato l’infrastruttura tecnologica di OpenAire. Il deposito Zenodo gestito attraverso il progetto OpenAIREplus è un ottimo esempio di servizio finanziato dalla Commissione Europea, inteso ad agevolare la condivisione dei dati di ricerca. Zenodo, che è ospitato presso il CERN, consente ai ricercatori di condividere pubblicazioni e dati di supporto più facilmente, facilitando così la collaborazione. La Commissione europea sta cercando di facilitare l’Open Science con l’introduzione di un “EU-Open-Science-Cloud” per consentire ai ricercatori di memorizzare i propri dati utilizzando un’infrastruttura centrale. Nel contesto della strategia per il Digital Single Market, a fine dello scorso maggio è stata adottata una conclusione del Consiglio d’Europa per la competitività  “Council Conclusions on “Open, data-intensive and networked research as a driver for faster and wider innovation” in cui gli Stati membri si sono impegnati a produrre piani di azione e strategie per l’Open Science. I livelli delle infrastrutture e delle politiche sono quindi internazionali, nazionali e locali, ed il mondo “Open” davvero dovrà abbattere molti muri istituzionali per avere successo.

Non sono gli aspetti tecnologici tuttavia a creare problemi! Per il terzo punto, quello dell’Open Science inteso come processo inclusivo della comunità scientifica, gli ostacoli sono i maggiori: mancano ancora accordi e la partecipazione attiva degli interessati. Molti sono gli attori interessati (stakeholder) che dovrebbero accordarsi per l’innovazione della comunicazione scientifica: questi sono politici, finanziatori, docenti, bibliotecari, informatici, amministratori, editori scientifici. Lo scopo pare quindi arduo da raggiungere e credo che in Italia forse serviranno alcune generazioni.

Open Science vs commercializzazione della ricerca scientifica? Roberto Caso (ASIA) ha posto questa domanda, rivedendo la storia del movimento Accesso aperto dalle speranze iniziali, alla realtà, alle nuove speranze. Cosa frena l’Open Science? per Caso gli ostacoli si trovano nel copyright e nella valutazione della ricerca. In Italia ci sarebbe bisogno di una legge nazionale come per la Germania e l’Olanda.  Julia Reda, membro del parlamento europeo e vicepresidente del comitato Legal Affairs Committee (JURI) ha esposto il suo Rapporto su copyright and internet policy . Roberto delle Donne (CRUI) ha illustrato la Road Map dell’Accesso Aperto in Italia.

Il cambiamento però dovrà essere individuale! Mons sostiene che deve avvenire un grande cambiamento nel modo in cui i ricercatori pensano ai propri dati: invece di dataset considerati come ‘informazioni supplementari’ di una pubblicazione accademica, Mons ritiene che i set di dati che i ricercatori producono dovrebbero essi stessi – come nanopublications, ognuno composto da singole asserzioni scientifiche evidenziate sulla base di questi dati – essere considerati risultato primario della ricerca, con documenti narrativi considerati “documenti integrativi” che descrivono questi dati.

Un altro relatore che mi ha molto colpito nelle due giornate romane è stato Bjoern Brembs (University of Regensburg), che si auto-definisce come un “utente scontento di un sistema di comunicazione scientifica disfunzionale”. Nella sua presentazione ha affermato che è giunto il momento per la comunità di ricerca di riprendere la proprietà del sistema di comunicazione scientifica indietro dagli editori, e costruire una “infrastruttura scientifica moderna”.  Non basta quindi il Green o Hybrid Open Access, non si tratta dell’Accesso Aperto come lettura, o anche dell’accesso come lettura più il suo riutilizzo: si tratta di Accesso Aperto inteso come scrittura e anche del ranking delle riviste (e della stessa necessità per le riviste); si tratta di inadeguatezze della peer review e del potere ufficiale ad esso associato; ed è quindi connaturato alla creazione di informazioni scientifiche e di misura dell’impatto scientifico. Per Brembs, quindi, un adeguato punto finale non è né Green né Gold: “Entrambi i sistemi possono servire solo come complementari per le strategie di transizione verso un sistema di comunicazione scientifica aperto, che massimizzi l’utilità di ciascuna tassa-dollaro speso su di esso”. Scrivendo nel suo blog l’anno scorso Brembs ha proposto un’idea che appoggio completamente: un piccolo insieme di biblioteche competenti e motivate dovrebbero cooperare e prendere l’iniziativa, invece di spendere grandi budget negli abbonamenti, di supportare i docenti nell’Open Science. Questo gruppo di biblioteche dovrebbe spostare i fondi dagli abbonamenti e investire nello sviluppo di infrastrutture e altri componenti necessari per un sistema di comunicazione scientifica biblioteca-centrico. Brembs ha citato l’esempio di Share e SciELO. SHARE (SHared Access Research Ecosystem) è stato lanciato da ARL come  “a system of cross-institutional digital repositories”. SciELO è riuscito ad ispirare l’azione concertata di una massa critica di istituti di istruzione superiore e di ricerca. Se investiamo nelle biblioteche, dice Brembs potremmo  essere in grado di realizzare un sistema di comunicazione scientifica completamente funzionale, forse anche dentro questa generazione.

Paolo Budroni (Vienna University Library and Archive Services) ha analizzato i risultati di una sua indagine sulla percezione dei ricercatori in Austria verso l’Open Science. Un problema che mi sembra importante anche in Italia è stato evidenziato dall’indagine: Burroni ha notato che manca una visione politica strategica e quindi mancano le procedure e l’infrastruttura adeguata. L’indagine ha evidenziato la necessità di evitare dicotomie tra dati aperti e Accesso Aperto alle pubblicazioni, invece di guardare a loro come una sola problematica, di chiedere ai finanziatori di  favorire e di riconoscere il riutilizzo dei dati ed infine la necessità di fornire servizi di conservazione di qualità che incentivino i ricercatori a condividere i loro dati.

Un tema di primaria importanza che è ritornato in quasi tutti gli interventi riguarda le capacità necessarie e la formazione e l’aggiornamento professionale continuo per svilupparle: il target riguarda tutti gli attori interessati, ai diversi livelli. Le iniziative di aggiornamento continuo presentate sono tutte di qualità e meriterebbero di essere diffuse e conosciute in Italia. Ignatio Labastida (University of Barcelona) ha parlato di LEARN self assessment tool e delle iniziative del progetto LEARN per aiutare politici ed amministrativi delle singole istituzioni di ricerca a realizzare e applicare una politica locale per la gestione dei dati. Quale valore diamo ai dati? LERU Association of universities in Europe ha preparato una  Roadmap  che viene promossa da mini workshop in tutte le lingue. José Carvalho (Minho Univ.) ha introdotto il progetto FOSTER che dal 2014 vuole integrare i principi di Accesso Aperto e la pratica di gestione dei dati nel flusso di lavoro dei giovani ricercatori  e Marjan Grootveld (DANS) ha illustrato gli strumenti che OpenAIRE e EUDAT offrono per aiutare i ricercatori e le istituzioni di ricerca a inserire la gestione dei dati e il libero accesso (quando possibile) nel flusso di lavoro quotidiano.

Alcuni dei problemi emersi nelle discussioni hanno evidenziato alcune necessità: definire politiche chiare sui dati di ricerca; cambiare la valutazione della ricerca; valutare i piani di gestione dei dati; formare ricercatori e personale di supporto alla gestione dei dati di ricerca. Quasi tutti i partecipanti hanno convenuto che la realizzazione di una strategia di dati aperti è un compito collaborativo in cui devono essere coinvolti tutti i diversi attori all’interno di un’istituzione. Infine, manca chiarezza sui costi della gestione dei dati, come anche sui costi dell’attuale sistema di pubblicazione.

Gli organizzatori del Convegno: CINECA, CNR, FOSTER con il patrocinio di APRE e Asia e la partecipazione delle Università di Bologna, Parma, Torino,  hanno avviato un processo importante di consapevolezza ed informazione in Italia sull’innovazione della comunicazione scientifica che dovrà avere un seguito. Tutti i partecipanti al Convegno dovrebbero sentirsi responsabili di contribuire all’avvio dell’Open Science, anche solo per disseminare i risultati della giornata ciascuno nelle proprie istituzioni. In un post che segue intendo illustrare i progetti italiani che sono stati presentati nella terza sessione del Convegno e che purtroppo per esigenze di tempo non hanno avuto spazio sufficiente di discussione.

3 commenti

Innovazione della ricerca scientifica: un’indagine

La Biblioteca dell’Università di Utrecht ha promosso un’indagine per monitorare il cambiamento della ricerca scientifica.

Sono più di 600 gli strumenti che gli studiosi utilizzano nelle varie fasi di ricerca: preparazione; ricerca dell’informazione; analisi; registrazione dei risultati; pubblicazione; disseminazione; valutazione. Un documento con l’elenco degli strumenti è condiviso dagli autori.

I risultati parziali sono aggiornati costantemente e sono più di 10.000 ad oggi i rispondenti. Per chi risponde, subito il proprio risultato comparato ai propri pari. Il mio risultato è il seguente:

Schermata 2016-02-03 alle 23.18.47

Mi posiziono tra moderna e innovativa per le fasi del ciclo della ricerca che comprendono l’accesso e la creazione di pubblicazioni e dati, ma non per l’analisi che resta tradizionale.

Le categorie previste per classificare il grado di innovazione sono:

Tradizionale: il comportamento rimane quello delle pubblicazioni a stampa, ma è in linea.

Moderno: usa le capacità di collegamenti e di ricerca veloce e estesa di Internet.

Innovativo: cambia il mio in cui si è fatto finora: nuovi business model, ruoli diversi degli stakeholders, cambiamento del flusso della ricerca, ecc.

Sperimentale: Cambiamento radicale anche con tecnologie con dei rischi.

Scadenza del questionario 10 febbraio! Per partecipare ecco il link:
https://innoscholcomm.typeform.com/to/Csvr7b?source=5p2c6L

 

Lascia un commento

Dati di ricerca “aperti”a Bologna

Perché i dati di ricerca devono essere “aperti”? Qual è il valore dei dati di ricerca aperti? a queste ed altre domande si è cercato risposta durante due eventi a Bologna il 18 e 19 novembre 2015.

L’Area di ricerca del CNR di Bologna insieme all’Università di Torino, Bologna, Parma e con la sponsorizzazione di AISA e OpenAire, ha ospitato il 18 novembre 2015 un Seminario, Conferenza Satellite di OpenCon 2015, ed il 19 novembre un Tutorial sul Data management Plan. E’ insolita la collaborazione di università e CNR per un evento internazionale in Italia e questo può essere indicato come ragione del successo dell’iniziativa che ha richiamato circa 100 partecipanti, che comprendevano docenti e ricercatori, informatici, amministrativi e tecnici, insieme ai bibliotecari. Il tema dei dati “aperti” è particolarmente attuale, dopo che Horizon 2020 lo ha messo come requisito di partecipazione al Bando ed altri finanziatori della ricerca, come il Ministero con il PRIN, lo richiedono.  Questo nuovo contesto per i dati di ricerca sta mettendo le basi della Scienza Aperta e richiede che ci siano sia politiche che infrastrutture.  Occorre inoltre che tutti gli attori interessati abbiano le capacità adeguate per gestire i dati di ricerca.

I relatori provenivano da Stati Uniti e UK. Peter Murray-Rust è Reader Emeritus in Molecular Informatics presso l’University of Cambridge e Senior Research Fellow Emeritus del Churchill College, Cambridge.

Erin McKiernan è attualmente un Postdoctoral Fellow presso il Dipartimento di Psicologia presso Wilfrid Laurier University a Waterloo, in Canada e Professore Associato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Sarah Jones è impegnata presso il Programma Institutional Engagement di DCC (Digital Curation Center) e collabora ai progetti di ricerca del JISC che studiano i bisogni di infrastruttura degli utenti, la formazione, la personalizzazione del Toolkit che è stato realizzato per gli studiosi.

Scienza aperta e dati di ricerca aperti hanno cambiato il contesto della comunicazione scientifica che è diverso da quello delle pubblicazioni tradizionali. Ora i dati aperti caratterizzano la comunicazione scientifica ed il loro contenuto è condiviso e manipolabile da chiunque, per qualunque scopo. I ricercatori hanno la responsabilità non solo di condividere i dati della ricerca ma anche di documentare e condividere i flussi di lavoro della ricerca ed essere trasparenti sui metodi di ricerca che usano. Inoltre devono condividere il codice e gli strumenti software che utilizzano per realizzare la ricerca. In una recente indagine del Russel Gruppo si è evidenziato che il 92% dei ricercatori analizzati usano un sw per la ricerca e di questi il 68% ritiene impossibile di aver ottenuto quei risultati senza aver avuto la disponibilità del software.

L’apertura dei dati quindi deve essere applicata in ogni fase della ricerca, non è una perdita di tempo, fa parte di una metodologia corretta di ricerca. La scienza moderna mette insieme le pubblicazioni coi dati della ricerca correlati. Murray ha avvertito di non fare errori che vengono invece comunemente fatti, come non usare software libero, costruire  collezioni di contenuti digitali con l’idea che poi gli utenti verranno! Un altro errore è quello di interpretare il fenomeno dell’apertura nel contesto della burocrazia universitaria, invece la Scienza aperta si pone dal punto di vista della Società e del contributo che i dati aperti possono dare a risolvere problemi sociali. Come convinto sostenitore della Gold Line, Murray ha anche detto che non si deve concedere agli editori le API, rendendoli così in grado di monitorare ciò che si fa, dando il potere della conoscenza totale di quello che si sta facendo.

Erin McKiernan ha continuato a parlare delle policy per l’Open Access, che cominciano dal singolo ricercatore. Come giovane studiosa ha resistito alla tentazione di pubblicare su riviste con Impact Factor ed anche su riviste che garantiscono la Green Road, per essere coerente con la sua ferma decisione di pubblicare solo in Gold Open Access. Ci ha raccontato che la sua scelta è stata premiata e recentemente ha avuto una cattedra presso l’Università Nazionale del Messico.  Raccontando della sua esperienza, ha anche evidenziato che non bisogna aspettare di avere a disposizione delle grandi  infrastrutture per essere “aperti”. Ha descritto brevemente le piattaforme e gli strumenti software che sono liberamente disponibili e che stanno anche creando un’alternativa efficace all’Impact Factor, ponendo le basi di una valutazione alternativa chiamata Altmetrics.

Sarah Jones è entrata nelle attività specifiche del Data Management Plan che deve essere incluso nelle richieste di finanziamento, illustrando il toolkit sviluppato dal JISC e descrivendo le fasi della ricerca che devono essere documentate. Ha puntualizzato le attività che i ricercatori devono considerare e che sono: scegliere il set di dati, applicare licenze aperte Creative Commons, rendere disponibili i dati per il ri-uso, renderli ricercabili aggiungendo i metadati che facilitano il recupero, scegliere un formato appropriato non proprietario.

Condurre la propria attività di ricerca in modalità “aperta” rappresenta quindi un grande cambiamento che ha un impatto su tutte le fasi della ricerca. Occorrerà documentare la propria ricerca (ad esempio con “open notebook science“), predisporre dei blog di ricerca, condividere protocolli e strumenti software, collaborare e condividere l’analisi dei dati di ricerca (ad esempio con Myexperiment) ed anche promuovere una cultura della citazione per dare il necessario riconoscimento al lavoro che si usa di autori che hanno condiviso i loro risultati!

Restano tanti problemi tuttavia da risolvere per adottare una cultura “aperta”. Sono stati indicati ad esempio i diversi approcci: uno più burocratico ed uno più integrato nella ricerca; le architetture dei depositi, una più centralizzata e istituzionale, una più aggregata e specializzata; le politiche possibili: una identificabile nella Green Road ed una sulla Gold Road.

Dal punto di vista delle biblioteche di istituzioni di ricerca si apre una nuova prospettiva di collaborare nei Gruppi di ricerca, svolgendo un ruolo di supporto che potrebbe accelerare e migliorare il cambiamento in atto della ricerca che si fa nelle istituzioni.

Per aiutare la comunità che si è creata durante e due giornate a Bologna a restare connessa e condividere le esperienze che si faranno, gli organizzatori (Elena Giglia, Silvana Mangiaracina, Ornella Russo, Paola GargiuloAlessandro Sarretta, Marialaura Vignocchi, Paola Galimberti e Anna Maria Tammaro) hanno promesso di organizzare altri eventi, di cui il prossimo sarà un Hackathon in primavera.

Il sito degli eventi renderà accessibili a breve le presentazioni ed i video registrati delle due giornate.

Lascia un commento

Dati di ricerca nelle biblioteche

Panel

Panel “Open Access to Research Data”.

In questi ultimi anni, abbiamo assistito ad un (lento) cambiamento di paradigma nel modo in cui i risultati della ricerca sono stati pubblicati e diffusi. Un fattore che potrà accelerare questo cambiamento è la spinta alla pubblicazione dei risultati della ricerca in modalità Open Access (OA)  e più di recente (2010) la spinta data dalla Commissione europea in direzione dell'”Open Science” evidenziata nella pubblicazione del Rapporto “Riding the Wave” . Questo Rapporto persegue non solo la pubblicazione dei risultati della ricerca OA, ma anche la pubblicazione OA dell’ “input per la ricerca”,  cioè della materia prima alla base del processo di ricerca, genericamente identificata come dati di ricerca.

Un Panel durante l’ultimo Convegno TPDL a Poznan (Polonia) ha discusso questo tema, per capire responsabilità, infrastrutture e ostacoli anche culturali da rimuovere. Il Panel è stato coordinato da Vittore Casarosa (CNR) ed ha avuto come relatori: David Giaretta (UK), Seamus Ross (Canada), Herbert Maschner (US), Cezary Mazurek (Poland), Andreas Rauber (Austria), Anna Maria Tammaro (Italia).

Leggi il seguito di questo post »

Lascia un commento

Gold road all’Open Access: due riflessioni veloci sul Seminario di Firenze

L’Open Access è legge anche in Italia (L.112/2013) e si è entrati in una fase nuova, in cui deve iniziare una collaborazione stretta tra tutti gli attori dell’editoria scientifica per costruire la Golden road all’Open Access. La CRUI ed in particolare il Sottogruppo Open Access, coordinato dal Prof. Roberto delle Donne ha iniziato una negoziazione con AIE insieme al CUN, per l’applicazione delle regole della Legge riguardo l’Open Access  in partnership con gli editori. Il Seminario di Firenze, organizzato da AIB CNUR e AIB Sezione Toscana, ha discusso problematiche ed opportunità che si aprono agli Atenei italiani ed in particolare alle biblioteche delle Università per le infrastrutture e servizi di cui hanno bisogno ricercatori e docenti, nel duplice ruolo di creatori e lettori di pubblicazione digitali Open Access. L’incontro si inquadra nelle iniziative promosse da AIB CNUR per la disseminazione ed applicazione del Rapporto “Rilanciare le biblioteche universitarie”. Maria Cassella ha introdotto i diversi modelli di piattaforme per l’Open Access adottati in Europa, evidenziando le caratteristiche delle piattaforme nazionali, internazionali, locali e quelle tematiche.

1. Open Edition: una piattaforma per l’Open Access

Valutazione Open Edition

Open Edition è una piattaforma che comprende libri, periodici e blog insieme ad un calendario di eventi (OpenEdition Books, Revues.org, Hypothèses, Calenda) comprendente le discipline umanistiche e sociali. La presentazione fatta durante il Seminario di Firenze è accessibile qui.

Una prima valutazione della piattaforma è stata realizzata dalle Biblioteche universitarie di cinque Atenei (La Cattolica di Milano, L’Istituto Universitario Europeo, l’Università di Firenze, L’Università di Napoli, l’Università di Torino). La piattaforma Open Edition come risultato di questa prima valutazione- che è stata realizzata usando una metodologia comune – presenta complessivamente buoni elementi di qualità (evidenziati in rosso e blu), con miglioramenti che sono stati indicati (colore giallo) soprattutto per la personalizzazione sia dell’istituzione che del singolo utente. le statistiche e l’evidenza della peer review fatta per le pubblicazioni. La valutazione verrà continuata fino a maggio 2014 ed un rapporto più preciso verrà preparato raccogliendo anche le opinioni dei docenti e lettori.

2. Come gli Atenei italiani si stanno adeguando all’Open Access?

Nel pomeriggio la Tavola rotonda, coordinata dal Prof. Roberto delle Donne, ha messo insieme oltre ad Open Edition, tre editori italiani (Casalini Torrossa, Lorenzo Armando, FUP Firenze University Press) insieme a Costantino Thanos dell’ISTI CNR. Il problema dell’aggregazione è stato discusso da parte degli editori e da parte dell’infrastruttura che ora è necessaria e perché l’aggregazione sia necessaria. Gli editori hanno diversi punti di vista: i piccoli editori vedono nelle piattaforme Open Access una strategia di sopravvivenza, gli editori consolidati si stanno attrezzando ad aprire una loro piattaforma per l’Open Access. Casalini ha annunciato che presto la loro piattaforma avrà anche un canale per l’Open Access.

Una riflessione da fare, oltre l’accesso, è tuttavia quella della cura dei dati e delle pubblicazioni digitali: nessuno o pochi come Magazzini digitali fa nulla sulla preservazione e cura delle pubblicazioni digitali Open Access.

Infine, un contributo interessante che è venuto dalla discussione è stato quello di Thanos che ha evidenziato che quello che è importante è capire perché le pubblicazioni scientifiche debbano essere in Open Access: la ragione sta nel facilitare la creazione di conoscenza, non nell’accesso gratuito!

Gli studiosi delle Università italiane preferiscono tuttavia mettere i loro lavori in Academia EDU: potremmo chiederci perché? Gli Atenei ed anche le biblioteche universitarie sono in ritardo sulla comprensione del problema di dare visibilità e pubblicare i risultati della ricerca. Nella discussione si è parlato di quello che manca: una politica della preservazione e tra i vari modelli  Clockss sembra il migliore, dei centri di dati che curino gli Open Data,  nuovi modelli di pubblicazione scientifica e, per quel che riguarda le biblioteche ed i bibliotecari, nuove competenze ed aggiornamento delle competenze professionali.

Ancora si frappongono molti ostacoli culturali, anche dove è stato ratificato un regolamento evoluto come a Torino, ci sono stati contrasti da parte dei docenti. E’ stato evidente il ruolo di promozione e formazione che devono avere i bibliotecari. In conclusione, si è discusso non solo di accesso ma di tutto il ciclo della creazione della pubblicazione digitale, evidenziando come vadano organizzate funzionalità come la preservazione e la gestione dei Linked Data. La cura dei dati sarà sempre più compito di Centri specializzati. Il nuovo contesto infine spinge a programmi di formazione e di aggiornamento che siano in grado di dare le giuste competenze al personale. Le Conclusioni di AIB  CNUR e Sezione Toscana sintetizzano la discussione, presentando tutto quello che dovrà essere fatto a partire dai concetti e elementi del ciclo editoriale da rivedere e ripensare anche in modo innovativo.

, , ,

Lascia un commento

Open Science nelle biblioteche pubbliche ed universitarie

Le politiche della Commissione Europea per l’Open Access hanno dichiarato apertamente di favorire l’accesso aperto ai dati ed ai risultati della ricerca finanziata con denaro pubblico, a partire dal 2007. Un elenco aggiornato delle decisioni e dei risultati di vari progetti è accessibile qui: http://ec.europa.eu/research/science-society/index.cfm?fuseaction=public.topic&id=1301&lang=1. L’accesso ai dati della ricerca è stato dichiarato recentemente un requisito essenziale per l’innovazione e la creatività in Europa: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-12-790_en.htm. La strategia europea definisce quindi  il ruolo strategico dell’Open Science, inteso come accesso aperto ai dati ed ai risultati della ricerca. La Commissione Europea ha inoltre finanziato vari progetti per analizzare i requisiti necessari per l’infrastruttura necessaria alla realizzazione dell’Open Access: http://ec.europa.eu/research/science-society/index.cfm?fuseaction=public.topic&id=1302&lang=1.

Se allora l’Open Science è strategico, cosa si fa per l’Open Access, a circa dieci anni dalla nascita del movimento?

Dall’indagine fatta da Science Metrix nel 2012 per la Commissione Europea sulla disponibilità delle pubblicazioni, dei dati e sulle politiche delle istituzioni di ricerca, risulta che circa il 40% dei risultati della ricerca sono disponibili in linea con accesso aperto: un risultato davvero incoraggiante: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-13-786_en.htm. Lo studio ha verificato che le politiche per la ricerca stimolano sia l’Open Access “gold”(periodici in modalità Open Access) che l’Open Access “green” (auto-pubblicazioni nei depositi istituzionali).  Per l’accesso aperto ai dati della ricerca, che è previsto in Horizon 2020, invece il ritardo è maggiore.

Gli studiosi dovranno rendere disponibili i loro lavori ed i dati di ricerca in un deposito istituzionale  aperto dopo un periodo di embargo limitato a 6 mesi e fino ad un massimo di 12 mesi per le discipline umanistiche. Quale può essere il ruolo delle biblioteche?

Nelle biblioteche universitarie, AIB CNUR e la Sezione Toscana hanno discusso il ruolo delle biblioteche nell’Unconference del settembre scorso in cui la discussione era partita dall’analisi del Documento CNUR Rilanciare le biblioteche universitarie. Le nuove funzioni dei bibliotecari universitari per l’Open Science sono state individuate nel supporto dato al ciclo editoriale, dalla creazione delle pubblicazioni fino alla loro valutazione, incluso il nuovo ruolo per la cura dei dati di ricerca.

Non è comune associare Open Science alle biblioteche pubbliche ma su questa possibile sinergia un gruppo di studenti dll’ENSSIB ha presentato un Workshop “Open Science in Public Libraries: Let (Digital) Humanities Come In!”  a Bobcatsss 2014! Cosa offrono le biblioteche pubbliche a sopporto dell’Open Science? accesso libero, supporto alla formazione continua, stimolo alla cittadinanza attiva. La diffusione dell’innovazione scientifica ai cittadini che hanno accesso a contenuti scientifici serve a  facilitare la disseminazione dell’informazione ed anche l’avvicinamento agli studiosi della popolazione.

In conclusione di questo post su Open Science, posso dire che occorre inquadrare l’Open Access nella cornice più ampia dell’Open Science. Inoltre non bisogna limitarsi a considerare l’Open Access come un modello di accesso o un modello economico: è il nuovo modo di creare conoscenza e di apprendere e la finalità dell’Open Access è quella di facilitare e velocizzare il processo di apprendimento.

Lascia un commento