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Dati di ricerca “aperti”a Bologna

Perché i dati di ricerca devono essere “aperti”? Qual è il valore dei dati di ricerca aperti? a queste ed altre domande si è cercato risposta durante due eventi a Bologna il 18 e 19 novembre 2015.

L’Area di ricerca del CNR di Bologna insieme all’Università di Torino, Bologna, Parma e con la sponsorizzazione di AISA e OpenAire, ha ospitato il 18 novembre 2015 un Seminario, Conferenza Satellite di OpenCon 2015, ed il 19 novembre un Tutorial sul Data management Plan. E’ insolita la collaborazione di università e CNR per un evento internazionale in Italia e questo può essere indicato come ragione del successo dell’iniziativa che ha richiamato circa 100 partecipanti, che comprendevano docenti e ricercatori, informatici, amministrativi e tecnici, insieme ai bibliotecari. Il tema dei dati “aperti” è particolarmente attuale, dopo che Horizon 2020 lo ha messo come requisito di partecipazione al Bando ed altri finanziatori della ricerca, come il Ministero con il PRIN, lo richiedono.  Questo nuovo contesto per i dati di ricerca sta mettendo le basi della Scienza Aperta e richiede che ci siano sia politiche che infrastrutture.  Occorre inoltre che tutti gli attori interessati abbiano le capacità adeguate per gestire i dati di ricerca.

I relatori provenivano da Stati Uniti e UK. Peter Murray-Rust è Reader Emeritus in Molecular Informatics presso l’University of Cambridge e Senior Research Fellow Emeritus del Churchill College, Cambridge.

Erin McKiernan è attualmente un Postdoctoral Fellow presso il Dipartimento di Psicologia presso Wilfrid Laurier University a Waterloo, in Canada e Professore Associato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Sarah Jones è impegnata presso il Programma Institutional Engagement di DCC (Digital Curation Center) e collabora ai progetti di ricerca del JISC che studiano i bisogni di infrastruttura degli utenti, la formazione, la personalizzazione del Toolkit che è stato realizzato per gli studiosi.

Scienza aperta e dati di ricerca aperti hanno cambiato il contesto della comunicazione scientifica che è diverso da quello delle pubblicazioni tradizionali. Ora i dati aperti caratterizzano la comunicazione scientifica ed il loro contenuto è condiviso e manipolabile da chiunque, per qualunque scopo. I ricercatori hanno la responsabilità non solo di condividere i dati della ricerca ma anche di documentare e condividere i flussi di lavoro della ricerca ed essere trasparenti sui metodi di ricerca che usano. Inoltre devono condividere il codice e gli strumenti software che utilizzano per realizzare la ricerca. In una recente indagine del Russel Gruppo si è evidenziato che il 92% dei ricercatori analizzati usano un sw per la ricerca e di questi il 68% ritiene impossibile di aver ottenuto quei risultati senza aver avuto la disponibilità del software.

L’apertura dei dati quindi deve essere applicata in ogni fase della ricerca, non è una perdita di tempo, fa parte di una metodologia corretta di ricerca. La scienza moderna mette insieme le pubblicazioni coi dati della ricerca correlati. Murray ha avvertito di non fare errori che vengono invece comunemente fatti, come non usare software libero, costruire  collezioni di contenuti digitali con l’idea che poi gli utenti verranno! Un altro errore è quello di interpretare il fenomeno dell’apertura nel contesto della burocrazia universitaria, invece la Scienza aperta si pone dal punto di vista della Società e del contributo che i dati aperti possono dare a risolvere problemi sociali. Come convinto sostenitore della Gold Line, Murray ha anche detto che non si deve concedere agli editori le API, rendendoli così in grado di monitorare ciò che si fa, dando il potere della conoscenza totale di quello che si sta facendo.

Erin McKiernan ha continuato a parlare delle policy per l’Open Access, che cominciano dal singolo ricercatore. Come giovane studiosa ha resistito alla tentazione di pubblicare su riviste con Impact Factor ed anche su riviste che garantiscono la Green Road, per essere coerente con la sua ferma decisione di pubblicare solo in Gold Open Access. Ci ha raccontato che la sua scelta è stata premiata e recentemente ha avuto una cattedra presso l’Università Nazionale del Messico.  Raccontando della sua esperienza, ha anche evidenziato che non bisogna aspettare di avere a disposizione delle grandi  infrastrutture per essere “aperti”. Ha descritto brevemente le piattaforme e gli strumenti software che sono liberamente disponibili e che stanno anche creando un’alternativa efficace all’Impact Factor, ponendo le basi di una valutazione alternativa chiamata Altmetrics.

Sarah Jones è entrata nelle attività specifiche del Data Management Plan che deve essere incluso nelle richieste di finanziamento, illustrando il toolkit sviluppato dal JISC e descrivendo le fasi della ricerca che devono essere documentate. Ha puntualizzato le attività che i ricercatori devono considerare e che sono: scegliere il set di dati, applicare licenze aperte Creative Commons, rendere disponibili i dati per il ri-uso, renderli ricercabili aggiungendo i metadati che facilitano il recupero, scegliere un formato appropriato non proprietario.

Condurre la propria attività di ricerca in modalità “aperta” rappresenta quindi un grande cambiamento che ha un impatto su tutte le fasi della ricerca. Occorrerà documentare la propria ricerca (ad esempio con “open notebook science“), predisporre dei blog di ricerca, condividere protocolli e strumenti software, collaborare e condividere l’analisi dei dati di ricerca (ad esempio con Myexperiment) ed anche promuovere una cultura della citazione per dare il necessario riconoscimento al lavoro che si usa di autori che hanno condiviso i loro risultati!

Restano tanti problemi tuttavia da risolvere per adottare una cultura “aperta”. Sono stati indicati ad esempio i diversi approcci: uno più burocratico ed uno più integrato nella ricerca; le architetture dei depositi, una più centralizzata e istituzionale, una più aggregata e specializzata; le politiche possibili: una identificabile nella Green Road ed una sulla Gold Road.

Dal punto di vista delle biblioteche di istituzioni di ricerca si apre una nuova prospettiva di collaborare nei Gruppi di ricerca, svolgendo un ruolo di supporto che potrebbe accelerare e migliorare il cambiamento in atto della ricerca che si fa nelle istituzioni.

Per aiutare la comunità che si è creata durante e due giornate a Bologna a restare connessa e condividere le esperienze che si faranno, gli organizzatori (Elena Giglia, Silvana Mangiaracina, Ornella Russo, Paola GargiuloAlessandro Sarretta, Marialaura Vignocchi, Paola Galimberti e Anna Maria Tammaro) hanno promesso di organizzare altri eventi, di cui il prossimo sarà un Hackathon in primavera.

Il sito degli eventi renderà accessibili a breve le presentazioni ed i video registrati delle due giornate.

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Competenze: prove di cooperazione a Napoli

Il sistema delle competenze è sociale e molti sono gli attori interessati alla formazione continua, ognuno con un suo punto di vista ben preciso: il bibliotecario, i docenti di biblioteconomia, i datori di lavoro e le istituzioni culturali, i fornitori di corsi, il governo e gli Enti Titolari e Titolati. Tutti questi attori dovrebbero agire insieme. Tuttavia in Italia questa collaborazione non c’è!

A NaSchermata 2015-11-01 alle 13.09.59poli lo scorso 2 ottobre AIB Osservatorio Formazione insieme alla Sezione Campania e Sezione Piemonte ha organizzato un incontro “Formazione continua e paradigma delle competenze“ed ha provato per la prima volta a mettere insieme i rappresentanti di Università e Regione, insieme ad ISFOL ed ad un rappresentante della Commissione Attestazione AIB. Matilde Fontanin (IFLA CPDWL e AIB Osservatorio Formazione) ha illustrato le Linee Guida IFLA ancora in bozza, che si basano sulla cooperazione dei diversi attori interessati. Chi fa cosa in un mondo “normale”, cioè secondo le indicazioni della “norma” IFLA?

Il bibliotecario: è responsabile della sua formazione continua per tre motivi combinati: 1) per migliorare la sua carriera; 2) per perseguire l’eccellenza del servizio della sua istituzione; 3) per migliorare l’immagine della professione.

Datori di lavoro: sono responsabili di dare la possibilità al bibliotecario di seguire dei corsi (budget e tempo) ed anche di fornire un’offerta di corsi organizzati per l’istituzione come responsabilità del manager delle risorse umane.

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Competenze: cosa fanno all’estero?

Cosa fanno all’estero per il riconoscimento delle competenze? se siete interessati seguite il Webinar IFLA.

Il Webinar IFLA CPDWL con New Professional SIG, coordinato da Matilde Fontanin (Delegata italiana alla Sezione CPDWL), illustra il ruolo delle competenze per la formazione continua dei bibliotecari, evidenziate nelle Linee Guida IFLA insieme all’esperienza di CILIP e ALIA.

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New Librarians Global Connection: Best practices, models and recommendations. Free IFLA/ALA webinar on October 26th

La dimensione internazionale del riconoscimento delle competenze sarà il tema della mia presentazione: si è bibliotecari dovunque si vada e c’è un corpo comune di conoscenza!

IFLA New Professionals Special Interest Group

IFLA webinar logo

We are proud to present the last session of the 2015 webinar series “New Librarians Global Connection: best practices, models and recommendations.

For the fourth consecutive year, IFLA Continuing Professional Development and Workplace Learningand IFLA New Professionals Special Interest Group are partnering with the American Library Association to present a series of free webinars on issues of interest to new librarians, library associations and library schools, library-decision makers, and all library workers. This is a great opportunity for membership participation via new worldwide online programming.

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Dati di ricerca nelle biblioteche

Panel

Panel “Open Access to Research Data”.

In questi ultimi anni, abbiamo assistito ad un (lento) cambiamento di paradigma nel modo in cui i risultati della ricerca sono stati pubblicati e diffusi. Un fattore che potrà accelerare questo cambiamento è la spinta alla pubblicazione dei risultati della ricerca in modalità Open Access (OA)  e più di recente (2010) la spinta data dalla Commissione europea in direzione dell'”Open Science” evidenziata nella pubblicazione del Rapporto “Riding the Wave” . Questo Rapporto persegue non solo la pubblicazione dei risultati della ricerca OA, ma anche la pubblicazione OA dell’ “input per la ricerca”,  cioè della materia prima alla base del processo di ricerca, genericamente identificata come dati di ricerca.

Un Panel durante l’ultimo Convegno TPDL a Poznan (Polonia) ha discusso questo tema, per capire responsabilità, infrastrutture e ostacoli anche culturali da rimuovere. Il Panel è stato coordinato da Vittore Casarosa (CNR) ed ha avuto come relatori: David Giaretta (UK), Seamus Ross (Canada), Herbert Maschner (US), Cezary Mazurek (Poland), Andreas Rauber (Austria), Anna Maria Tammaro (Italia).

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Competenze: il messaggio di David Lankes per evitare i rischi della burocratizzazione

Il  tema  della validazione dell’apprendimento non formale e informale e della certificazione delle competenze è stato profondamente cambiato dagli ultimi sviluppi dei processi normativi ed istituzionali realizzati in Italia ed in Europa. Il paradigma delle competenze è diventato ora un elemento centrale per le relazioni di scambio tra istituzioni pubbliche e organizzazioni private.

L’Unione Europea ha avuto un ruolo fondamentale negli ultimi quindici anni per costruire il nuovo paradigma, facendosi promotrice di strategie e strumenti a favore di un’applicazione del paradigma delle competenze nei diversi contesti di apprendimento. Da questo stimolo si è sviluppata la normativa che in Italia ha portato dapprima alla definizione del sistema di certificazione delle competenze (L.92/12) e successivamente (D.lgs 13/2013) al disegno del sistema nazionale che prevede delle specifiche sedi di lavoro istituzionali per la sua implementazione: Comitato tecnico nazionale, Organismo tecnico per il repertorio delle professioni, Gruppo tecnico competenze; infine l’Intesa sullo schema di decreto interministeriale del 2015 ha definito un quadro operativo per il riconoscimento a livello nazionale delle qualificazioni regionali e delle relative competenze.

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La Sezione Library Theory and Research al Convegno IFLA di Cape Town

La Sezione IFLA Library Theory and Research (LTR) di IFLA ha come scopo quello di sostenere il continuo sviluppo della biblioteconomia e scienza dell’informazione attraverso la ricerca teorica e applicata in tutti gli aspetti della disciplina. Tutte le metodologie di ricerca sono comprese come la metodologia storica e la Sezione comprende lo Special Interest Group (SIG) Library History.

LTR ha organizzato in occasione del Convegno IFLA a Cape Town un Satellite presso l’University of Western Cape e due Sessioni: la prima in collaborazione con la Sezione Statistics and Evaluation e la seconda in collaborazione con Education and Training ed il SIG LIS education in developing countries. Il SIG Library History ha organizzato una Sessione sulla storia delle biblioteche in Africa. LTR è stata inoltre coinvolta nella giuria IFLA De Gruyter Award per selezionare il miglior lavoro di ricerca sulla Biblioteca Digitale. Le presentazioni delle due Sessioni LTR sono accessibili in IFLA Library.

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Conversazioni italiane con David Lankes

David Lankes, autore dell’Atlante della Biblioteconomia moderna, ha illustrato le idee principali che caratterizzano il suo pensiero in una serie di seminari organizzati dall’Ambasciata americana a Roma, dall’American University di Roma, da AIB, dalla Scuola Vaticana e dall’Istituto reale olandese di Roma. Malgrado il periodo estivo, un folto pubblico ha partecipato agli incontri ponendo numerose domande. Perché l’Atlante di Lankes è così stimolante, tanto da convincere centinaia di professionisti a partecipare? Lankes è un appassionato difensore del ruolo del bibliotecario: questo è la prima ragione che attrae i bibliotecari, in un periodo in cui la professione viene spesso messa in discussione e sembra in competizione con altre professioni. Nello stesso tempo, Lankes dà un orientamento che spinge ad una trasformazione della professione ed ad un suo impegno sociale: la biblioteconomia partecipativa è la parte del suo messaggio più controverso.

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By the book 2015: un Convegno internazionale sull’Editoria digitale a Firenze (Villa Finaly)

Il Convegno internazionale “Books and reading in an age of media overload: by the book 2015” si è tenuto il 18-19 giugno 2015 a Villa Finaly a Firenze. La comunità dei partecipanti è internazionale e interdisciplinare: intorno al libro ed alla sua filiera diverse comunità di interesse stanno facendo ricerca, usando diversi approcci metodologici. L’iniziativa dell’Università di Sorbona 13 con Oxford Brookes University e University of Ljubljana, realizzata da un Comitato internazionale, ha portato insieme a discutere accademici e professionisti con diverso background, per una migliore comprensione dei problemi che l’introduzione del digitale ha su autori/lettori e l’intera filiera. L’approccio è stato accademico e di ricerca, analizzando il cambiamento in corso attraverso l’evidenza di studi di caso nelle diverse nazioni europee (16 Stati rappresentati dai partecipanti).

Sembra di poter dire che la spinta che guida il cambiamento verso il digitale è soprattutto economica (più che tecnologica) tuttavia il cambiamento culturale e di abitudini è lento, per autori, lettori, editori, bibliotecari e in genere IMG_2770tutti gli interessati. L’editoria non è  solo cultura della scrittura ed industria del libro, ma è legata alla cultura ed ai valori nazionali ed internazionali attribuiti alla diffusione dei testi.

Nella prima giornata, le sessioni hanno riguardato l’industria editoriale ed i modelli di business, la globalizzazione vs il nazionalismo, la comunicazione scientifica, la disseminazione  e  la ricerca sull’editoria.

Si è parlato di biblioteche nella relazione di Tom Wilson e Elena Maceviciute (Boras University) sull’impatto degli e-book nelle biblioteche universitarie in Svezia e di Sarah Hughes (Oxford Brookes University). Entrambe queste ricerche hanno cercato di evidenziare il valore aggiunto che le biblioteche danno al ciclo della risorsa digitale. In Svezia la ricerca ha evidenziato l’importanza dei metadati ed i tag aggiunti per andare meglio incontro alle esigenze degli utenti. A Oxford Brookes il valore delle biblioteche è stato nella disseminazione della risorsa digitale prodotta dalla stessa Università attraverso il catalogo e la rete delle biblioteche.

Il sistema dell’editoria digitale è fatto da molti stakeholders, con interessi divergenti e motivazioni in competizione. Alcuni attori sono ancora necessari? se non sono più necessari perché esistono ancora? in particolare qual è il valore dell’editore. Il termine editore – dice Kristina Lundblad – ha in Europa diversi significati come “rendere pubblico” Publisher dal latino pubblicare, Editore dal latino edere “get away” , Verlag “dare denaro o altro per”. La storia dell’editoria dimostra un’evoluzione del ruolo dell’editore fino a diventare come ora il garante della qualità della pubblicazione, con funzionalità di supporto al ciclo della creazione e diffusione dell’opera. In sintesi il ruolo dell’editore è passato da quello dello stampatore che viene pagato per produrre un manufatto a quello di un intermediario che filtra la qualità delle pubblicazioni. Professioni come quello del revisore editoriale sono ancora importanti e considerano il manoscritto dell’autore come un’opera imperfetta da completare, sono come co-autori.

Cambia la catena del valore nel contesto digitale con la convergenza dei media e dei flussi di lavoro come conseguenza della digitalizzazione: questo fenomeno è davvero nella sua infanzia, ma il ciclo della pubblicazione è cambiato. Gli editori sono alla ricerca di nuovi modelli, di solito basati sulla produzione, oppure basati sul contenuto.

E’ stata indicata la teoria di Thomson (2012) per orientarsi nella situazione attuale:

  1. publishing is a plurality of world fields
  2. field have distinctive dynamics
  3. fields have relational positions which are not fixed

Gli attori coinvolti nell’ecosistema digitale sono stati il tema principale della seconda giornata, insieme alla necessità di ricerca sull’editoria, di formazione e di maggiore collaborazione tra industria editoriale e università. La trasformazione verso il digitale sta stimolando un cambiamento profondo del ruolo degli attori, a cominciare dall’autore e dal lettore. Gli autori possono ora pubblicare parti di libro o intero libro da soli; la lettura sta cambiando nelle abitudini dei lettori. Alcuni studi di caso sono stati presentati che danno l’evidenza del cambiamento di abitudini e comportamenti, che tuttavia è più lento delle tecnologie disponibili.

Nuove partnership sono stimolate: le librerie potrebbero collaborare con le biblioteche, anche se ancora c’è competizione e interessi divergenti. Gli autori e lettori potrebbero diventare co-promoter delle biblioteche ed essere coinvolti nella costruzione dei servizi. Anche il crowdfunding è un’opportunità da sperimentare per la sostenibilità della pubblicazione. In un momento di grande trasformazione servono teorie, modelli, idee innovative e creatività.

L’aggiornamento professionale è uno dei bisogni principali per un’industria creativa come l’editoria. L’indagine della Lituania (Arunas Gudinavičius, Vilnius University), ha evidenziato che la maggioranza dei professionisti non fa regolarmente aggiornamento, con l’allarmante risultato che il Manager e Project Manager sono quelli che si aggiornano meno di tutti (!).  I professionisti chiedono soprattuto temi come Copyright, Promozione, Design e corsi più tecnologici su digital strategy, e-books, apps, gestione di contenuti digitali.

Innovazione e creatività sono parole chiave anche nell’editoria. L’innovazione può partire dalla storia del libro, ma occorre un approccio multidisciplinare e soprattutto occorre che i professionisti siano capaci di applicare una metodologie di ricerca per una migliore comprensione e consapevolezza dei ruoli, funzioni, bisogni, utenti da facilitare.

Occorre anche offrire nuovi corsi universitari, con programmi che rinforzino ed aggiornino le competenze professionali senza rinunciare ad un approccio teorico. Mentre finora l’editoria è stata vista come strumento di diffusione della ricerca, ora è oggetto di ricerca essa stessa. Sono stati censiti in Europa 176 corsi ed un numero più numeroso di moduli di insegnamento universitario. La Facoltà/Dipartimento in cui è inserito condiziona il contenuto del corso ed è necessario aprire a studenti con diverso background. I corsi sono spesso allineati al mercato del lavoro. Si è anche discusso che il programma dovrebbe adottare un approccio globale e internazionale ed una metodologia didattica innovativa come Experential learning descritto da Rose Leighton (Hogeschool van Amsterdam, Netherland) attraverso l’esempio di Oxford-Amsterdam. Malgrado le iniziative in corso, c’è ancora un “gap” formativo e gli studi sull’editoria devono essere estesi come scopo, livello e soprattutto riflettere il cambiamento in corso,

Un Convegno di successo questo a Villa Finaly, che ha soddisfatto molto i partecipanti ed ha dato molti stimoli su cui riflettere.

Link al Programma By the book 2015

Twitter #bythebook2015

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E’ il Trend N.1: nuovi business model

IFLA TREND REPORT N. 1

New business model

Il paradosso attuale della società è che mentre l’accesso all’informazione sembra a portata di mano finalmente per tutti, diventa sempre più difficile accedervi: questo è il Trend n. 1 nell’IFLA Trend Report (nella traduzione italiana realizzata dai Giovani bibliotecari e aspiranti)- Le biblioteche che hanno la missione di garantire a tutti il diritto ad accedere all’informazione si trovano in competizione con altri attori nel settore, ben più potenti. E’ recente la notizia, pubblicata da La Repubblica 19 luglio 2014 ad esempio di Amazon che per 10 dollari al mese offre libri “no limit”.

Si potrebbe forse dire: “ma le biblioteche italiane si concentrano nel patrimonio e non nell’informazione!” inoltre  “i beni culturali in Italia non hanno ancora una strategia per la digitalizzazione e quindi si tengono fuori dal mercato”! ebbene sembra che anche le biblioteche tradizionali si trovano in competizione nello scenario economico non favorevole della crisi.

Il Centro Studi della Confindustria  ha pubblicato nel dicembre 2013 un interessante rapporto intitolato “Cultura motore dello sviluppo” nella collana Scenari economici in cui si afferma con chiarezza che “non c’è sviluppo senza cultura”! Gli autori sono Mauro Sylos Labini, Alessandro Gambini e Luca Paolazzi e partono dal modello di Cultura a centri concentrici elaborato dall’economista australiano Trosby David “Concentric Circles Models of Cultural Industries” in Cultural Trends, 17 (2008) p 147-164.

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