“Open” significa innovazione: il Convegno Nazionale OpenAire a Roma

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Paola Gargiulo apre il Convegno

Il Convegno nazionale OpenAire a Roma si è appena concluso lo scorso 30-31 maggio presso la Sala Marconi del CNR ed ora noi sostenitori dell’Accesso Aperto siamo più incoraggiati, più informati ma soprattutto rinforzati dai risultati che sono stati illustrati in Europa ed anche in Italia. Nella prima giornata si è parlato di infrastrutture e di strategie per la gestione dei dati, nella seconda giornata di progetti e iniziative strategiche a livello internazionale e nazionale.

Da dove partiamo? la situazione italiana è illustrata nel sito OpenAire per l’Italia a cura di Paola Gargiulo. OpenAire è un progetto europeo finalizzato alla creazione di un’infrastruttura digitale e di meccanismi di sostegno per l’identificazione, il deposito, il monitoraggio e l’Accesso Aperto al testo completo degli articoli scientifici e dei dati prodotti da progetti finanziati all’interno del progetto pilota sull’Accesso Aperto del VII Programma Quadro (FP7) e dall’ERC – European Research Council. Nell’ambito del Programma di ricerca e di finanziamento dell’innovazione Horizon 2020, l’Accesso Aperto alle pubblicazioni è ora obbligatorio ed è stato lanciato un Pilot on Open Research Data. Dieci anni dopo che Stevan Harnad ha pubblicato la sua “Subversive proposal” invitando i ricercatori a creare i propri depositi locali per rendere le loro pubblicazioni liberamente disponibili su Internet, siamo entrati in una nuova fase: parliamo di Open Science, come scopo da perseguire e gli obiettivi sono l’innovazione della comunicazione scientifica e la collaborazione di tutti gli attori interessati (stakeholder).  “Open” non è da intendersi solo come accesso “Aperto” ma ha uno scopo molto più ambizioso: “Open” come “innovazione” della comunicazione scientifica.

Tra i relatori mi ha colpito molto Barend Mons che è un professore associato di biosemantica presso il Centro Medico Erasmus, Università di Rotterdam, e presso il Medical Center dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi ed è il Presidente dell’High Level Expert Group per l’Open Science della Commissione Europea. Mons ha chiarito che “Open Science” comporta un vero cambiamento:

  1. In primo luogo, è fondamentale far progredire la scienza aperta a livello nazionale, europeo e mondiale. Ciò richiede accordo reciproco di tutte le parti in causa – gli stakeholder coinvolti: le istituzioni che fanno attività di ricerca, le organizzazioni che finanziano la ricerca e le imprese, e comporterà una revisione di come la scienza viene valutata, la creazione di nuovi meccanismi di finanziamento della ricerca, e modi alternativi di pubblicazione.
  2. In secondo luogo, abbiamo bisogno di creare un’infrastruttura che renda disponibile un ambiente aperto,  dove la scienza sia “amichevole” sia per la comunità scientifica, che per l’industria ed il “citizen science”.
  3. In terzo luogo, la scienza aperta dovrebbe essere un processo inclusivo. Abbiamo bisogno di stimolare ulteriormente l’impegno di tutte le parti interessate alla scienza aperta che vanno da singoli ricercatori delle università, dalle start-up, alle grandi aziende. Aprire la scienza è anche fare in modo che la scienza diventi più rispondente alle esigenze socio-economiche della nazione ed ai bisogni dei cittadini.

Per il primo punto, quello di trovare un accordo, sono state descritte nel Convegno le politiche internazionali e nazionali che cercano di determinare principi e regole da rispettare. I dati della ricerca, dice Mons, hanno bisogno di essere ‘FAIR’, il che significa che devono essere rintracciabili, accessibili, interoperabili, e riutilizzabili. Mettere in pratica questi principi non è un compito facile e deve essere responsabilità primaria dei politici e amministratori a livello nazionale e locale. Alcuni progetti europei cercano di facilitare il compito delle singole istituzioni a realizzare ed applicare le politiche per la gestione dei dati: Antonio Vetrò (NEXA Center) ha introdotto il progetto Pasteur4OA e Marina Angelaki (EKT Atene)  ha presentato il progetto RECODE.

Per il secondo punto, quello dell’infrastruttura “amichevole” sono già disponibili alcuni dei componenti. Paolo Manghi (ISTI) ha presentato l’infrastruttura tecnologica di OpenAire. Il deposito Zenodo gestito attraverso il progetto OpenAIREplus è un ottimo esempio di servizio finanziato dalla Commissione Europea, inteso ad agevolare la condivisione dei dati di ricerca. Zenodo, che è ospitato presso il CERN, consente ai ricercatori di condividere pubblicazioni e dati di supporto più facilmente, facilitando così la collaborazione. La Commissione europea sta cercando di facilitare l’Open Science con l’introduzione di un “EU-Open-Science-Cloud” per consentire ai ricercatori di memorizzare i propri dati utilizzando un’infrastruttura centrale. Nel contesto della strategia per il Digital Single Market, a fine dello scorso maggio è stata adottata una conclusione del Consiglio d’Europa per la competitività  “Council Conclusions on “Open, data-intensive and networked research as a driver for faster and wider innovation” in cui gli Stati membri si sono impegnati a produrre piani di azione e strategie per l’Open Science. I livelli delle infrastrutture e delle politiche sono quindi internazionali, nazionali e locali, ed il mondo “Open” davvero dovrà abbattere molti muri istituzionali per avere successo.

Non sono gli aspetti tecnologici tuttavia a creare problemi! Per il terzo punto, quello dell’Open Science inteso come processo inclusivo della comunità scientifica, gli ostacoli sono i maggiori: mancano ancora accordi e la partecipazione attiva degli interessati. Molti sono gli attori interessati (stakeholder) che dovrebbero accordarsi per l’innovazione della comunicazione scientifica: questi sono politici, finanziatori, docenti, bibliotecari, informatici, amministratori, editori scientifici. Lo scopo pare quindi arduo da raggiungere e credo che in Italia forse serviranno alcune generazioni.

Open Science vs commercializzazione della ricerca scientifica? Roberto Caso (ASIA) ha posto questa domanda, rivedendo la storia del movimento Accesso aperto dalle speranze iniziali, alla realtà, alle nuove speranze. Cosa frena l’Open Science? per Caso gli ostacoli si trovano nel copyright e nella valutazione della ricerca. In Italia ci sarebbe bisogno di una legge nazionale come per la Germania e l’Olanda.  Julia Reda, membro del parlamento europeo e vicepresidente del comitato Legal Affairs Committee (JURI) ha esposto il suo Rapporto su copyright and internet policy . Roberto delle Donne (CRUI) ha illustrato la Road Map dell’Accesso Aperto in Italia.

Il cambiamento però dovrà essere individuale! Mons sostiene che deve avvenire un grande cambiamento nel modo in cui i ricercatori pensano ai propri dati: invece di dataset considerati come ‘informazioni supplementari’ di una pubblicazione accademica, Mons ritiene che i set di dati che i ricercatori producono dovrebbero essi stessi – come nanopublications, ognuno composto da singole asserzioni scientifiche evidenziate sulla base di questi dati – essere considerati risultato primario della ricerca, con documenti narrativi considerati “documenti integrativi” che descrivono questi dati.

Un altro relatore che mi ha molto colpito nelle due giornate romane è stato Bjoern Brembs (University of Regensburg), che si auto-definisce come un “utente scontento di un sistema di comunicazione scientifica disfunzionale”. Nella sua presentazione ha affermato che è giunto il momento per la comunità di ricerca di riprendere la proprietà del sistema di comunicazione scientifica indietro dagli editori, e costruire una “infrastruttura scientifica moderna”.  Non basta quindi il Green o Hybrid Open Access, non si tratta dell’Accesso Aperto come lettura, o anche dell’accesso come lettura più il suo riutilizzo: si tratta di Accesso Aperto inteso come scrittura e anche del ranking delle riviste (e della stessa necessità per le riviste); si tratta di inadeguatezze della peer review e del potere ufficiale ad esso associato; ed è quindi connaturato alla creazione di informazioni scientifiche e di misura dell’impatto scientifico. Per Brembs, quindi, un adeguato punto finale non è né Green né Gold: “Entrambi i sistemi possono servire solo come complementari per le strategie di transizione verso un sistema di comunicazione scientifica aperto, che massimizzi l’utilità di ciascuna tassa-dollaro speso su di esso”. Scrivendo nel suo blog l’anno scorso Brembs ha proposto un’idea che appoggio completamente: un piccolo insieme di biblioteche competenti e motivate dovrebbero cooperare e prendere l’iniziativa, invece di spendere grandi budget negli abbonamenti, di supportare i docenti nell’Open Science. Questo gruppo di biblioteche dovrebbe spostare i fondi dagli abbonamenti e investire nello sviluppo di infrastrutture e altri componenti necessari per un sistema di comunicazione scientifica biblioteca-centrico. Brembs ha citato l’esempio di Share e SciELO. SHARE (SHared Access Research Ecosystem) è stato lanciato da ARL come  “a system of cross-institutional digital repositories”. SciELO è riuscito ad ispirare l’azione concertata di una massa critica di istituti di istruzione superiore e di ricerca. Se investiamo nelle biblioteche, dice Brembs potremmo  essere in grado di realizzare un sistema di comunicazione scientifica completamente funzionale, forse anche dentro questa generazione.

Paolo Budroni (Vienna University Library and Archive Services) ha analizzato i risultati di una sua indagine sulla percezione dei ricercatori in Austria verso l’Open Science. Un problema che mi sembra importante anche in Italia è stato evidenziato dall’indagine: Burroni ha notato che manca una visione politica strategica e quindi mancano le procedure e l’infrastruttura adeguata. L’indagine ha evidenziato la necessità di evitare dicotomie tra dati aperti e Accesso Aperto alle pubblicazioni, invece di guardare a loro come una sola problematica, di chiedere ai finanziatori di  favorire e di riconoscere il riutilizzo dei dati ed infine la necessità di fornire servizi di conservazione di qualità che incentivino i ricercatori a condividere i loro dati.

Un tema di primaria importanza che è ritornato in quasi tutti gli interventi riguarda le capacità necessarie e la formazione e l’aggiornamento professionale continuo per svilupparle: il target riguarda tutti gli attori interessati, ai diversi livelli. Le iniziative di aggiornamento continuo presentate sono tutte di qualità e meriterebbero di essere diffuse e conosciute in Italia. Ignatio Labastida (University of Barcelona) ha parlato di LEARN self assessment tool e delle iniziative del progetto LEARN per aiutare politici ed amministrativi delle singole istituzioni di ricerca a realizzare e applicare una politica locale per la gestione dei dati. Quale valore diamo ai dati? LERU Association of universities in Europe ha preparato una  Roadmap  che viene promossa da mini workshop in tutte le lingue. José Carvalho (Minho Univ.) ha introdotto il progetto FOSTER che dal 2014 vuole integrare i principi di Accesso Aperto e la pratica di gestione dei dati nel flusso di lavoro dei giovani ricercatori  e Marjan Grootveld (DANS) ha illustrato gli strumenti che OpenAIRE e EUDAT offrono per aiutare i ricercatori e le istituzioni di ricerca a inserire la gestione dei dati e il libero accesso (quando possibile) nel flusso di lavoro quotidiano.

Alcuni dei problemi emersi nelle discussioni hanno evidenziato alcune necessità: definire politiche chiare sui dati di ricerca; cambiare la valutazione della ricerca; valutare i piani di gestione dei dati; formare ricercatori e personale di supporto alla gestione dei dati di ricerca. Quasi tutti i partecipanti hanno convenuto che la realizzazione di una strategia di dati aperti è un compito collaborativo in cui devono essere coinvolti tutti i diversi attori all’interno di un’istituzione. Infine, manca chiarezza sui costi della gestione dei dati, come anche sui costi dell’attuale sistema di pubblicazione.

Gli organizzatori del Convegno: CINECA, CNR, FOSTER con il patrocinio di APRE e Asia e la partecipazione delle Università di Bologna, Parma, Torino,  hanno avviato un processo importante di consapevolezza ed informazione in Italia sull’innovazione della comunicazione scientifica che dovrà avere un seguito. Tutti i partecipanti al Convegno dovrebbero sentirsi responsabili di contribuire all’avvio dell’Open Science, anche solo per disseminare i risultati della giornata ciascuno nelle proprie istituzioni. In un post che segue intendo illustrare i progetti italiani che sono stati presentati nella terza sessione del Convegno e che purtroppo per esigenze di tempo non hanno avuto spazio sufficiente di discussione.

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Un MOOC sulla biblioteca digitale nella piattaforma EMMA

Sono coinvolta in un progetto di MOOC che mi sta dando molte sorprese inaspettate e piacevoli, qualcosa che ho sempre fatto (cioè insegnare corsi per la biblioteca digitale) ma che non ho mai fatto in questa modalità “massiva”!

E’ appena iniziata la terza settimana del MOOC “Biblioteca digitale in teoria e in pratica“. Il MOOC è ospitato dalla piattaforma EMMA ed è in italiano ed in inglese, completamente libero.

Il corso è stato progettato per essere completo, ma di base: questo giustifica il titolo “in teoria e in pratica”. Con completo si intende che il corso descrive i fondamenti teorici della biblioteca digitale, ma a livello essenziale. Il corso prevede anche una opportunità pratica per i partecipanti di creare la propria biblioteca digitale, preparando il compito finale del MOOC.

Il corso si basa infatti sulla teoria costruttivista dell’apprendimento ed è stato disegnato per coinvolgere tutti i partecipanti in una conversazione concentrata sulle numerose problematiche che comporta per l’apprendimento cambiare abitudini di studio in un contesto digitale. Qual è il supporto che la biblioteca digitale può dare all’apprendimento? questo è il tema del corso.
Il corso è principalmente rivolto a:

  • insegnanti a tutti i livelli (K-12), compreso gli insegnanti delle scuole elementari, medie, e scuole superiori;
  • facilitatori della formazione continua o che danno servizio di supporto a istruttori e docenti per la formazione continua;
  • educatori interessati alle tecnologie didattiche e/o alla formazione on-line;
  • professionisti dei beni culturali che desiderano essere coinvolti in attività didattiche partecipative;
  • chiunque abbia interesse per le biblioteche digitali.

Oltre a me sono docenti del MOOC Liliana Melgar, Eric Boamah, Getaneh Alemu, Elena Giusti. Chi è interessato, può ancora registrarsi. Il corso sarà aperto fino al 31 luglio, ma dopo il 15 maggio non si riceverà più alcun feedback ai compiti ed alle conversazioni.

Si può seguire le conversazioni del MOOC anche seguendo Twitter utilizzando l’hashtag #DigitalLibraryLearning e il gruppo Facebook “Digital library in principle and practice”.

Si può anche leggere il Newsletter del MOOC che ogni settimana sintetizza le conversazioni, davvero interessanti che avvengono nella settimana.

Esploratori: Prima settimana

Ricercatori: Seconda settimana

Ad oggi i partecipanti al MOOC sono circa 500, provenienti da vari paesi. Siete interessati? allora aprite la porta, registratevi ed affacciatevi anche voi per venire immersi in questa comunità di lifelong learners, caratterizzati dal desiderio di imparare cose sempre nuove da portare nel proprio mondo di lavoro!

 

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La formazione del bibliotecario digitale discussa durante il Seminario “DILL dieci anni dopo” alle Stelline

Il dibattito sulle competenze del bibliotecario digitale stimola molte domande: una formazione specialistica oppure una formazione tradizionale con l’aggiunta di alcuni corsi? quale rapporto tra teoria e pratica? quale curriculum per la formazione del bibliotecario digitale? quali sono le competenze essenziali?

Il Seminario “Le competenze del bibliotecario digitale: DILL dieci anni dopo” ha illustrato il curriculum del Master internazionale Digital Library Learning – DILL insieme ai risultati di un’indagine fatta sulla comunità DILL.

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DILL dieci anni dopo, DILL fra dieci anni

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Si è appena concluso il Seminario “DILL dieci anni dopo” all’interno del Convegno delle Stelline a Milano. DILL è la sigla per International Master Digital Library Learning, corso congiunto delle Università di Oslo, Tallinn e Parma, avviato dal 2006 come Master Erasmus Mundus. DILL è stato il risultato di incontri e dibattiti per rispondere a questa domanda: la formazione tradizionale dà un background adeguato all’era digitale? serve una formazione specifica per la biblioteca digitale? La soluzione di DILL è stata centrata su una formazione specifica che, come ha detto Ragnar Nordlie, il coordinatore del Master (fino al 2013), si è basata sull’integrazione della formazione tradizionale con competenze tecnologiche e competenze di metodologia della ricerca.

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Quale formazione per i bibliotecari digitali?

Quali sono i corsi che preparano il bibliotecario digitale? danno le competenze giuste? in un contesto in rapido cambiamento come quello attuale, quali competenze saranno necessarie in 3-5 anni?

Questo il tema che sarà discusso domani 18 marzo alle Stelline da un Panel di esperti composto da David Lankes (US), Klaus Kempf (Germany), Graham Walton (UK).

Il Panel introduce il Seminario New profiles, new skills, new education: DILL ten years later, in cui si vuole stimolare una riflessione critica sulla formazione del bibliotecario digitale a partire dall’esperienza del Master internazionale DILL (Digital Library Learning), corso congiunto delle Università di Oslo, Tallinn e Parma, al suo decimo anno. La parte centrale del Seminario coinvolge studenti, professionisti, datori di lavoro, docenti ed esperti stranieri insieme a tutti gli interessati, che discuteranno in tre tavoli di lavoro sulle competenze del bibliotecario digitale, individuate in tre aree: competenze tecnologiche, competenze di ricerca per studi dell’utenza, competenze biblioteconomiche.

Nella seconda parte del Seminario, saranno illustrati i risultati del DILL. Gli studenti ed alunni del Master presenteranno le loro esperienze e verranno presentate le statistiche del Master insieme ai risultati di un’indagine che è stata realizzata su opinioni e raccomandazioni dei datori di lavoro.

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Un MOOC sulla Digital Library

Dal 12 aprile sarà accessibile il MOOC  “Digital Library in principle and practice”, realizzato nell’ambito del Master Internazionale DILL dall’Università di Parma. Il corso è di base ma si concentra sui fondamenti (i principi) della biblioteca digitale, che è definita come uno spazio virtuale per apprendere. Il trial del MOOC Digital Library e la struttura del corso è disponibile in linea.Schermata 2016-03-07 alle 16.50.09

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Innovazione della ricerca scientifica: un’indagine

La Biblioteca dell’Università di Utrecht ha promosso un’indagine per monitorare il cambiamento della ricerca scientifica.

Sono più di 600 gli strumenti che gli studiosi utilizzano nelle varie fasi di ricerca: preparazione; ricerca dell’informazione; analisi; registrazione dei risultati; pubblicazione; disseminazione; valutazione. Un documento con l’elenco degli strumenti è condiviso dagli autori.

I risultati parziali sono aggiornati costantemente e sono più di 10.000 ad oggi i rispondenti. Per chi risponde, subito il proprio risultato comparato ai propri pari. Il mio risultato è il seguente:

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Mi posiziono tra moderna e innovativa per le fasi del ciclo della ricerca che comprendono l’accesso e la creazione di pubblicazioni e dati, ma non per l’analisi che resta tradizionale.

Le categorie previste per classificare il grado di innovazione sono:

Tradizionale: il comportamento rimane quello delle pubblicazioni a stampa, ma è in linea.

Moderno: usa le capacità di collegamenti e di ricerca veloce e estesa di Internet.

Innovativo: cambia il mio in cui si è fatto finora: nuovi business model, ruoli diversi degli stakeholders, cambiamento del flusso della ricerca, ecc.

Sperimentale: Cambiamento radicale anche con tecnologie con dei rischi.

Scadenza del questionario 10 febbraio! Per partecipare ecco il link:
https://innoscholcomm.typeform.com/to/Csvr7b?source=5p2c6L

 

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Dati di ricerca “aperti”a Bologna

Perché i dati di ricerca devono essere “aperti”? Qual è il valore dei dati di ricerca aperti? a queste ed altre domande si è cercato risposta durante due eventi a Bologna il 18 e 19 novembre 2015.

L’Area di ricerca del CNR di Bologna insieme all’Università di Torino, Bologna, Parma e con la sponsorizzazione di AISA e OpenAire, ha ospitato il 18 novembre 2015 un Seminario, Conferenza Satellite di OpenCon 2015, ed il 19 novembre un Tutorial sul Data management Plan. E’ insolita la collaborazione di università e CNR per un evento internazionale in Italia e questo può essere indicato come ragione del successo dell’iniziativa che ha richiamato circa 100 partecipanti, che comprendevano docenti e ricercatori, informatici, amministrativi e tecnici, insieme ai bibliotecari. Il tema dei dati “aperti” è particolarmente attuale, dopo che Horizon 2020 lo ha messo come requisito di partecipazione al Bando ed altri finanziatori della ricerca, come il Ministero con il PRIN, lo richiedono.  Questo nuovo contesto per i dati di ricerca sta mettendo le basi della Scienza Aperta e richiede che ci siano sia politiche che infrastrutture.  Occorre inoltre che tutti gli attori interessati abbiano le capacità adeguate per gestire i dati di ricerca.

I relatori provenivano da Stati Uniti e UK. Peter Murray-Rust è Reader Emeritus in Molecular Informatics presso l’University of Cambridge e Senior Research Fellow Emeritus del Churchill College, Cambridge.

Erin McKiernan è attualmente un Postdoctoral Fellow presso il Dipartimento di Psicologia presso Wilfrid Laurier University a Waterloo, in Canada e Professore Associato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Sarah Jones è impegnata presso il Programma Institutional Engagement di DCC (Digital Curation Center) e collabora ai progetti di ricerca del JISC che studiano i bisogni di infrastruttura degli utenti, la formazione, la personalizzazione del Toolkit che è stato realizzato per gli studiosi.

Scienza aperta e dati di ricerca aperti hanno cambiato il contesto della comunicazione scientifica che è diverso da quello delle pubblicazioni tradizionali. Ora i dati aperti caratterizzano la comunicazione scientifica ed il loro contenuto è condiviso e manipolabile da chiunque, per qualunque scopo. I ricercatori hanno la responsabilità non solo di condividere i dati della ricerca ma anche di documentare e condividere i flussi di lavoro della ricerca ed essere trasparenti sui metodi di ricerca che usano. Inoltre devono condividere il codice e gli strumenti software che utilizzano per realizzare la ricerca. In una recente indagine del Russel Gruppo si è evidenziato che il 92% dei ricercatori analizzati usano un sw per la ricerca e di questi il 68% ritiene impossibile di aver ottenuto quei risultati senza aver avuto la disponibilità del software.

L’apertura dei dati quindi deve essere applicata in ogni fase della ricerca, non è una perdita di tempo, fa parte di una metodologia corretta di ricerca. La scienza moderna mette insieme le pubblicazioni coi dati della ricerca correlati. Murray ha avvertito di non fare errori che vengono invece comunemente fatti, come non usare software libero, costruire  collezioni di contenuti digitali con l’idea che poi gli utenti verranno! Un altro errore è quello di interpretare il fenomeno dell’apertura nel contesto della burocrazia universitaria, invece la Scienza aperta si pone dal punto di vista della Società e del contributo che i dati aperti possono dare a risolvere problemi sociali. Come convinto sostenitore della Gold Line, Murray ha anche detto che non si deve concedere agli editori le API, rendendoli così in grado di monitorare ciò che si fa, dando il potere della conoscenza totale di quello che si sta facendo.

Erin McKiernan ha continuato a parlare delle policy per l’Open Access, che cominciano dal singolo ricercatore. Come giovane studiosa ha resistito alla tentazione di pubblicare su riviste con Impact Factor ed anche su riviste che garantiscono la Green Road, per essere coerente con la sua ferma decisione di pubblicare solo in Gold Open Access. Ci ha raccontato che la sua scelta è stata premiata e recentemente ha avuto una cattedra presso l’Università Nazionale del Messico.  Raccontando della sua esperienza, ha anche evidenziato che non bisogna aspettare di avere a disposizione delle grandi  infrastrutture per essere “aperti”. Ha descritto brevemente le piattaforme e gli strumenti software che sono liberamente disponibili e che stanno anche creando un’alternativa efficace all’Impact Factor, ponendo le basi di una valutazione alternativa chiamata Altmetrics.

Sarah Jones è entrata nelle attività specifiche del Data Management Plan che deve essere incluso nelle richieste di finanziamento, illustrando il toolkit sviluppato dal JISC e descrivendo le fasi della ricerca che devono essere documentate. Ha puntualizzato le attività che i ricercatori devono considerare e che sono: scegliere il set di dati, applicare licenze aperte Creative Commons, rendere disponibili i dati per il ri-uso, renderli ricercabili aggiungendo i metadati che facilitano il recupero, scegliere un formato appropriato non proprietario.

Condurre la propria attività di ricerca in modalità “aperta” rappresenta quindi un grande cambiamento che ha un impatto su tutte le fasi della ricerca. Occorrerà documentare la propria ricerca (ad esempio con “open notebook science“), predisporre dei blog di ricerca, condividere protocolli e strumenti software, collaborare e condividere l’analisi dei dati di ricerca (ad esempio con Myexperiment) ed anche promuovere una cultura della citazione per dare il necessario riconoscimento al lavoro che si usa di autori che hanno condiviso i loro risultati!

Restano tanti problemi tuttavia da risolvere per adottare una cultura “aperta”. Sono stati indicati ad esempio i diversi approcci: uno più burocratico ed uno più integrato nella ricerca; le architetture dei depositi, una più centralizzata e istituzionale, una più aggregata e specializzata; le politiche possibili: una identificabile nella Green Road ed una sulla Gold Road.

Dal punto di vista delle biblioteche di istituzioni di ricerca si apre una nuova prospettiva di collaborare nei Gruppi di ricerca, svolgendo un ruolo di supporto che potrebbe accelerare e migliorare il cambiamento in atto della ricerca che si fa nelle istituzioni.

Per aiutare la comunità che si è creata durante e due giornate a Bologna a restare connessa e condividere le esperienze che si faranno, gli organizzatori (Elena Giglia, Silvana Mangiaracina, Ornella Russo, Paola GargiuloAlessandro Sarretta, Marialaura Vignocchi, Paola Galimberti e Anna Maria Tammaro) hanno promesso di organizzare altri eventi, di cui il prossimo sarà un Hackathon in primavera.

Il sito degli eventi renderà accessibili a breve le presentazioni ed i video registrati delle due giornate.

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Le mie dimissioni dal CEN AIB

Al Presidente e ai membri del Comitato Esecutivo Nazionale

Associazione Italiana per le Biblioteche

ROMA

A distanza di un anno e mezzo dalla mia elezione nel CEN dell’AIB sono in grado di fare una valutazione non superficiale di questa esperienza, e di ciò che essa ha rappresentato per me, anche in relazione ad analoghe esperienze che ormai da molti anni ho maturato in campo internazionale.

Devo riconoscere che per molti aspetti è stata un’esperienza positiva, perché mi ha messo a contatto con problemi che finora mi erano sconosciuti, e mi ha fatto conoscere una realtà fatta di situazioni e di persone con cui mai avevo pensato di dovermi misurare. Ma non posso negare che per vari versi quella di quest’anno e mezzo è stata un’esperienza stressante e frustrante, nella quale ho dovuto impegnare molte energie senza raggiungere quei risultati che pensavo fossero alla portata di tutti.

Confesso che in molti casi, di fronte a proposte che mi sembravano improntate a buon senso oltre che conformi a standard universalmente accettati, mi sono ritrovata davanti ad un muro di incomprensione preconcetta da parte della Presidente e di gran parte del CEN, preoccupati più di difendere lo status quo che di dare impulso, valorizzare e modernizzare le professionalità dell’Associazione.

Faccio solo alcuni esempi che spero renderanno più chiaro quanto affermo:

  1. Competenze professionali: La responsabilità attribuita dalla L.4/13 alle associazioni professionali è quella di migliorare la formazione continua e di valorizzare le competenze professionali, non quella di misurare in qualche modo le attività che i bibliotecari fanno, o di diventare un “creditificio”. E’ stata decisa dalla Presidente la costituzione di un Gruppo misurazione per la formazione continua con lo scopo, palesemente dichiarato, di dare crediti non alle competenze dei soci, come previsto dalla legge (92/2012, 4/2013, DL. 13/2013) bensì alle attività svolte, stravolgendo così le Linee Guida della formazione continua predisposte dall’Osservatorio Formazione. Nonostante le molte ore di discussione in seno al CEN sul documento Linee Guida (e relative Tabelle), alla fine la Presidente ha voluto emanare una Direttiva che avrebbe dovuto essere partecipata e condivisa dai soci, ma che in realtà non lo è stata. Questo atteggiamento burocratico e autoritario ha creato un conflitto tra le strutture AIB: CEN e Osservatorio Formazione, stravolgendone i naturali rapporti istituzionali, visti non già come ripartizione di compiti all’interno del CEN, bensì come una “delega” personale della Presidente, ed in quanto tale soggetta a precise direttive da parte del delegante al supposto “delegato”.

  2. Budget: La gestione del Budget è di fatto nella disponibilità della Presidente, scavalcando del tutto le competenze del CEN: da ultimo anche il preventivo 2016 è stato inviato per conoscenza al CEN senza essere oggetto di adeguata discussione. Questo significa che la Presidente decide da sola le spese da effettuare, quasi sempre privilegiando spese non necessarie (rimborsi spese per viaggi, contributi vari, ecc.) rispetto ai compiti istituzionali dell’associazione, quale la formazione continua dei bibliotecari, che viene piuttosto considerata un’entrata. Per fare un solo esempio, la Presidente è stata la sola, a fronte di dieci bibliotecari coinvolti nelle Sezioni dell’IFLA, ad intervenire all’ultimo Convegno IFLA con rimborso pagato da AIB. Ma c’è di più: ed è la commistione, personale e finanziaria, tra l’AIB ed il Colap (un ente privato che non ha funzioni di Ente certificatore) che non è accettabile. Com’è noto, a maggioranza il CEN ha deciso recentemente di dare un contributo straordinario (poi modificato come quota parte di un debito pregresso che l’AIB avrebbe nei confronti di Colap) di 300 Euro a Colap, che a detta del Presidente trovavasi in situazione di difficoltà finanziaria. A mio avviso si tratta di una delibera palesemente illegittima: in primo luogo perché la Presidente, come tutti sanno, fa parte del direttivo di Colap, per cui sarebbe stato opportuno, per non trovarsi in conflitto di interessi, che non avesse neppure partecipato a questa delibera, da cui comunque avrebbe dovuto astenersi. In secondo luogo Colap non ha mai proposto con atti formali una richiesta in tal senso, da cui avrebbe potuto ricavarsi una sia pur minima motivazione circa le ragioni per cui si chiede ad AIB di contribuire ad una loro difficoltà finanziaria. In mancanza di una esplicita richiesta una delibera di spesa è formalmente irregolare, oltre ad essere del tutto non motivata nella sostanza. Infine, la motivazione addotta dalla Presidente circa la necessità da parte di Colap di licenziare una sua collaboratrice non può e non deve coinvolgere AIB, dal momento che presenta vari motivi di perplessità anche dal punto di vista del diritto del lavoro.

  3. Advocacy e rapporti coi politici: Più di una volta in tempi recenti la Presidente è intervenuta, con interventi orali o per iscritto, su questioni nelle quali una maggiore prudenza da parte di chi ricopre una carica istituzionale sarebbe stata auspicabile. Cito solo, tra i vari casi, quello della Biblioteca Estense di Modena, nella quale ha preso posizione, esponendosi così ad ampie critiche, anche di autorevoli soci AIB, circa l’opportunità, da parte di chi ricopre un incarico istituzionale, di intervenire in una delicata questione alla quale l’AIB era del tutto estranea. Interventi giustificati come punti di vista personali, ma che per l’incarico ricoperto appaiono riferiti all’intero mondo delle biblioteche italiane, e che, dal punto di vista dei contenuti evidenziano la mancanza assoluta di una visione del servizio e del ruolo sociale delle biblioteche e la vicinanza piuttosto al ruolo di movimenti e di sindacati, a cui spesso si fa riferimento.

  4. Trasparenza e comunicazione: Non è accettabile che il Convegno dell’Associazione sia deciso dal solo Presidente senza alcun coinvolgimento del CEN. Le Sezioni hanno fatto dei passi avanti nell’ottica di MAB (Musei, Archivi, biblioteche), che però non sono stati considerati dalla Presidente, la quale ha rispolverato un programma vecchio di 3 anni, senza considerare tutte le idee nel frattempo maturate. Nel rapporto con i soci c’è una evidente volontà di controllo, invece che di facilitare la comunicazione. Le strutture di AIB così diventano colli di bottiglia, perché l’unica comunicazione possibile è filtrata dalla Presidente. La gestione delle riunioni è alla stregua di assemblee, dove solo chi ha la voce più alta viene sentito; gli ordini del giorno, quando ci sono, non vengono osservati, per dare spazio alle comunicazioni della Presidente e ad altre voci di minore rilevanza, che lasciano le questioni sostanziali alla fine della riunione, quando tutti sono stremati e sul piede di andar via.

  5. Agenda del CEN: La Presidente si attribuisce il diritto esclusivo di formulare l’Ordine del giorno delle sedute del CEN, anzi non ammette neppure che si possa discutere un argomento che lei non abbia inserito in agenda. C’è in sostanza una gestione verticistica dell’Associazione, che va contro qualunque regola di gestione democratica di un organo collegiale.

  6. Verbali del CEN: I Verbali delle riunioni CEN vengono scritti a distanza di tempo, non vengono mai approvati nella seduta successiva, o comunque messi a disposizione dei suoi componenti. Ma soprattutto non sono mai approvati in via definitiva, anzi spesso vengono modificati continuamente, anche a distanza di tempo. Ciò comporta che i verbali non possano essere mai pubblicati e diffusi, contro l’art. 24 comma 3 dello Statuto, che attribuisce al Segretario generale il compito di redigere e firmare i verbali di tutte le riunioni degli organi sociali, nonché l’art. 3.5 del Codice di comportamento, che afferma che i verbali delle sedute sono pubblici e possono essere consultati, o richiesti in copia, da ogni socio.

Mi sembra perciò che per una persona che, come me, era venuta per dare un contributo effettivo alla valorizzazione della professione bibliotecaria, avvicinandola un po’ di più agli standard internazionali, non ci sia più spazio dentro un organismo come il CEN. Ci sono profonde differenze di idee e di comportamenti nei temi della formazione e della professione, ma anche su quelli della gestione degli organismi associativi, che non posso sopportare oltre.

Pertanto con la presente intendo rassegnare le mie dimissioni dal CEN ad effetto immediato.

Firenze, 17 novembre 2015

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Competenze: prove di cooperazione a Napoli

Il sistema delle competenze è sociale e molti sono gli attori interessati alla formazione continua, ognuno con un suo punto di vista ben preciso: il bibliotecario, i docenti di biblioteconomia, i datori di lavoro e le istituzioni culturali, i fornitori di corsi, il governo e gli Enti Titolari e Titolati. Tutti questi attori dovrebbero agire insieme. Tuttavia in Italia questa collaborazione non c’è!

A NaSchermata 2015-11-01 alle 13.09.59poli lo scorso 2 ottobre AIB Osservatorio Formazione insieme alla Sezione Campania e Sezione Piemonte ha organizzato un incontro “Formazione continua e paradigma delle competenze“ed ha provato per la prima volta a mettere insieme i rappresentanti di Università e Regione, insieme ad ISFOL ed ad un rappresentante della Commissione Attestazione AIB. Matilde Fontanin (IFLA CPDWL e AIB Osservatorio Formazione) ha illustrato le Linee Guida IFLA ancora in bozza, che si basano sulla cooperazione dei diversi attori interessati. Chi fa cosa in un mondo “normale”, cioè secondo le indicazioni della “norma” IFLA?

Il bibliotecario: è responsabile della sua formazione continua per tre motivi combinati: 1) per migliorare la sua carriera; 2) per perseguire l’eccellenza del servizio della sua istituzione; 3) per migliorare l’immagine della professione.

Datori di lavoro: sono responsabili di dare la possibilità al bibliotecario di seguire dei corsi (budget e tempo) ed anche di fornire un’offerta di corsi organizzati per l’istituzione come responsabilità del manager delle risorse umane.

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